E’ morto a 83 anni per un malore improvviso all’estero il Professor Dino Amadori, direttore scientifico emerito dell’Irst e Presidente dell’Istituto Oncologico Romagnolo (IOR).

Era nato a Santa Sofia nell’aprile del 1937 e diventa medico nel novembre del 1961. Cavaliere della Repubblica ha speso la vita per la lotta contro i tumori. Lascia la moglie e i tre figli.

“La morte improvvisa del prof. Dino Amadori – dichiara Renato Balduzzi, Presidente del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori – IRCCS – non soltanto lascia increduli i suoi familiari, gli amici e conoscenti che, ancora sino a pochi giorni fa, avevano potuto gioire della sua umanità e competenza, ma costituisce un significativo impoverimento per la sanità italiana ed europea, e un vuoto autentico per la Romagna tutta”.

 

“La sua creatura, la sua casa profonda è stato l’Istituto di Meldola” asserisce Balduzzi, scendendo maggiormente nei particolari: “un gioiello tenacemente pensato, disegnato, praticato sin dalla costituzione dell’Istituto oncologico romagnolo. E infine un medico con una singolare capacità di fare squadra e di dirigere senza essere mai ingombrante, come sanno bene Giorgio Martelli e i direttori generali dell’Irst-Irccs che lo hanno preceduto, e come possono testimoniare, oltre ai tanti suoi allievi sparsi in Italia e nel mondo, soprattutto Mattia Altini, Fabio Falcini, Marco Maltoni, Giorgio Martelli, Giovanni Martinelli e Giovanni Paganelli, per menzionare i suoi più stretti quotidiani compagni nella battaglia contro il cancro. Profondamente legato al suo territorio e alla sua Regione come forse soltanto i romagnoli sanno esserlo, era cittadino del mondo, capace di attenzioni verso i più deboli e gli ultimi: ne sanno qualcosa, oltre che gli innumerevoli suoi pazienti italiani, i grandi e i piccini della Tanzania presso i quali si recava, con Patrizia, appena poteva. La nostra amicizia, cresciuta nel corso degli ultimi venticinque anni, ha costituito per me un dono prezioso, di cui ringrazio quel Signore della vita in cui Dino, anche in mezzo a prove e difficoltà, non ha mai smesso di credere e al quale non ha mai cessato di affidarsi”.

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