di Franco D’Emilio
Se consideriamo che attualmente buona parte dei sammarinesi, pressapoco 12 mila unità, quasi la metà dei residenti nella piccola repubblica, vive all’estero nella condizione di immigrato alla ricerca di una migliore, soprattutto stabile condizione lavorativa e di reddito, allora possiamo concludere che tuttora San Marino persiste con sofferenza nei limiti di un’economia di contenuto sviluppo e bassa produttività.
E’ una condizione che dall’inizio dell’800 si protrae con vicende mutevoli perché varie sono state sinora le cause che, separatamente o congiuntamente, hanno segnato negativamente la vita economica sammarinese sino ad indurre sempre una marcata emigrazione: la crisi agricola e la difficoltà del processo di industrializzazione, la scarsità di materie prime e il gap tecnologico, la subalternità negli accordi commerciali possibili.
E’ chiaro che l’entità odierna dell’emigrazione sammarinese è tale da mutare profondamente il significato della cittadinanza ovvero dell’appartenenza alla comunità della Repubblica di San Marino: sempre di più questa cittadinanza si esplica fuori dall’ambito giuridico, statuale e amministrativo, del piccolo stato del Titano, configurandosi, così, prevalentemente come condizione personale, psicologica ed affettiva, di cittadini emigrati che in terra straniera ancora si riconoscono nel valore collettivo della storia e dei principi della terra patria.
Oggi, quindi, ampia cittadinanza sammarinese, intesa come patrimonio umano e civile, appare decentrata, vissuta entro terre di accoglienza, continentali ed transoceaniche, capaci di garantire quella necessità di lavoro e reddito, motivo essenziale dell’appartenenza e della partecipazione a qualunque comunità: attualmente quasi il 50% degli emigrati sammarinesi mantengono formalmente la cittadinanza d’origine, ma esplicano attivamente l’adesione ai principi, alle leggi, alle opportunità dei paesi ospitanti.
Da tutto questo consegue un duplice mutamento culturale.
Da una parte, in modo crescente si registra una continua osmosi di innovative esperienze umane, sociali e politiche dalle terre d’immigrazione verso la Repubblica di San Marino; dall’altra, il mondo gestionale, politico, sociale ed economico, sempre meno espressivo della reale nazione sammarinese perché rappresentativo solo di quanti davvero residenti, appare fortemente riluttante a prendere atto di tale mutamento, persistendo nella ritualità di un assetto istituzionale anacronistico, incapace di interpretare i nuovi tempi e le imprevedibili sinergie della globalizzazione.
Da ormai oltre due secoli l’emigrazione risulta essere un fenomeno stabilmente incisivo nella vita della piccola repubblica e, in proposito, non può tralasciarsi il contributo delle rimesse degli emigrati nelle banche sammarinesi: eppure, a tutt’oggi, l’ordinamento del Titano non ha ritenuto di garantire maggiore rappresentanza ai suoi cittadini costretti all’emigrazione, tanto meno a garantirne un adeguato reinserimento al momento di un loro rientro in patria.
Questa inadempienza è un’ulteriore conferma come l’attuale classe dirigente sammarinese sia espressione parziale, elitaria di un ristretto ambito di notabili dalla visione molto provinciale.





















