Come ha avuto modo più volte a sottolineare Luciano Meir Caro, rabbino capo di Ferrara e delle Romagne, è vero che in Italia al tempo della persecuzione razziale durante la Repubblica di Salò solo a causa di delazioni e denunce di italiani la maggior parte degli ebrei fu deportati e avviati allo sterminio; ma è altrettanto vero che fu grazie al coraggio e alla solidarietà di tanti altri italiani che un gran numero di ebrei riuscirono a salvarsi. Furono militari, religiosi, gente semplice o funzionari pubblici che, rischiando essi stessi la fucilazione o la deportazione non cedettero alla barbarie dei tempi ma in nome di una comune umanità non si tirarono indietro. In tanti casi a guerra finita si conobbero queste storie di eroismo e solidarietà, ma di tanti altri casi nulla si è saputo per il silenzio e la discrezione dei protagonisti che agirono in modo completamente disinteressato per salvare i perseguitati. Una di queste storie riemersa del passato accadde a Fontanelice, nella valle del Santerno; a parlarcene è uno degli ultimi testimoni di quei tempi, allora un ragazzo di sedici anni, Dante Silvestrini, che vive da anni a Ravenna, ex dirigente ENI in pensione, collaboratore di varie riviste romagnole di cultura ed autore di saggi storici. “A quell’ epoca mia mamma, Eva Tombarelli, gestiva a Fontanelice l’ albergo Centrale, che si trovava lungo la via Montanara in uno stabile che, ristrutturato, ancora oggi ospita un pubblico esercizio.-racconta Silvestrini-Mio padre, Giuseppe, da sempre socialista, era titolare di una impresa edile”. A novembre del ’43 la famiglia era finita nel mirino delle autorità fasciste sia per le simpatie socialiste di Giuseppe sia perché Eva aveva dato asilo ad uno sbandato che si era rivelato una spia che l’ aveva poi denunciata. Così, i coniugi arrestati assieme ad un paio di compaesani, furono portati prima al comando delle Brigate Nere in via Dante a Imola, poi alla Rocca e infine a Bologna, al carcere di San Giovanni in Monte dove Eva rimase fino a gennaio del ’44 mentre Giuseppe fu rilasciato a marzo. Nonostante questa pesante disavventura i due coniugi nella primavera del 1944 offrirono riparo a tre ebrei. “Mio padre e mia madre gestirono con molto riserbo tra loro l’ ospitalità a queste persone, tenendo fuori me e mia sorella, tanto che non ricordo bene i loro cognomi-prosegue Silvestrini- Incontrai questi nostri ospiti poche volte senza scambiare con loro molte parole, ma ricordo anche la preoccupazione di mia madre che fascisti e tedeschi potessero scoprirci.” “Mi ricordo che erano di statura normale-continua Dante-e dei tre due erano fratelli, bolognesi, commercianti di abbigliamento e mi pare che avessero casa poco distante dal vecchio ghetto in centro a Bologna”. Per evitare che i frequentatori dell’ albergo potessero incontrarli, Eva e Giuseppe avevano nascosto gli ebrei nelle cantine interrate dello stabile alle quali avevano accesso solo i componenti della famiglia. “Nei momenti di pericolo o solo per far prendere loro aria mio padre faceva uscire i tre dal retro dell’ albergo verso il rio Colombarino per farli nascondere giù al fiume-precisa Silvestrini-Una volta ero presente a questa scena e mio padre fissandomi negli occhi mi disse deciso: mi raccomando, tu non hai visto nulla!” L’ ospitalità dei Silvestrini ai tre durò al massimo un paio di mesi, poi questi lasciarono il rifugio dell’ albergo e di loro Giuseppe ed Eva non parlarono più ai figli. “Ho sempre sperato che siano riusciti a salvarsi-conclude Dante Silvestrini- e, in seguito, per quanti tentativi abbia fatto anche con l’ aiuto di Guido Ottolenghi della comunità ebraica bolognese, mio conoscente, non sono riuscito a saperne di più né sulla identità di quei nostri ospiti nè sul loro destino.”
Paolo Poponessi




















