Singolare protesta in piazza Saffi a Forlì dell’inventore cesenate Paolo Fioravanti. Si è incatenato a un palo dalla prima mattinata e vi è rimasto fino quasi alle 15 per mettere in evidenza il suo problema che non riesce a risolvere. Poi, poco dopo è tornato e si è di nuovo incatenato. “Resterò qui finché non mi porteranno via con la forza, finché non mi danno ciò che mi spetta”.
L’uomo denuncia di non riuscire ad ottenere oltre 7mila euro che gli spettano dopo varie traversie e contributi non percepiti. Gli ultimi anni lavorava in una coop social, poi fallita. Da mesi è sommerso dalla burocrazia e non riesce ad ottenere i soldi. Da sei mesi non percepisce più nulla. Non ha più nulla da mangiare e chiede aiuto, così come scrive in un grande cartello dove vi è impressa la sua vicenda. La dimostrazione pacifica, ha tenuto a precisare, ha attirato l’attenzione di moltissime persone nel giorno di mercato. In tanti hanno segnalato la situazione, anche perché l’uomo, anziano, è rimasto per ore e ore sotto il sole. C’è stato anche chi gli ha portato da bere e cercato di dissuaderlo. Molti hanno telefonato alla Polizia municipale e alle forze dell’ordine.
Di lui hanno scritto, in passato, tutti gli organi di informazion per le sue invenzioni, dall’auto elettrica alla casa anti-sismica. Molte multinazionali lo avevano contatto. Un genio cesenate, a volte incompreso, ma un grande uomo.
LA STORIA DI PAOLO FIORAVANTI RACCONTATA A ROMAGNA CONSAPEVOLE
«La mia storia – racconta Paolo – è la storia di un ragazzo nato in Romagna negli anni ’50 che, come tutti i giovani di quell’epoca, aveva la passione per le due ruote. Da adolescente ho iniziato a correre in moto, ce l’avevo nel sangue! Oggi preferisco la bicicletta e la calma delle salite romagnole. Credo che la bici sia una macchina meravigliosa: è l’unica che amplifica sette volte la potenza delle gambe. Non esiste un altro congegno simile e noi, in Romagna, abbiamo la fortuna di essere molto legati a questo prezioso mezzo di trasporto.
Ho avuto il privilegio di nascere in una famiglia di artisti, sportivi, commercianti e, in passato, sarti.
Senza accorgermene ho imparato in modo trasversale una miscellanea di nozioni. Questo mi ha permesso di sviluppare un senso estetico, una creatività, un’arte di disegnare molto pregiata. Ricordo come fosse ieri l’impegno dei miei genitori: alla fine di ogni giornata, dopo il lavoro, si sedevano accanto a me e a mia sorella e ci insegnavano l’abilità di ritagliare, incollare e fabbricare con il cartoncino. È stata un’abitudine fondamentale, che mi ha segnato nel profondo, la miccia che ha acceso la mia forte passione per la progettazione.
Quando avevo un dubbio tecnico, mio padre mi accompagnava nei laboratori di alcuni amici: meccanici, liutai e artigiani con mani maestre. Sono loro che mi hanno insegnato gli intimi segreti dell’arte. Uno dei consigli che tengo più stretto è quello dei progettisti più anziani: “Quando ti metti al tavolo da disegno – dicevano – devi sentirti vanitoso e farti guidare dalla tua autostima. Devi credere di essere l’unico in grado di portare a termine quel determinato progetto”. Sembra una cosa che suscita perplessità, ma in realtà funziona. Inizi a creare qualcosa solo quando la vedi già finita!
Tradurre la fantasia, disegnare un’idea immaginaria, prototiparla e renderla tangibile è molto complicato e complesso. La trasposizione ha tante sfaccettature. Personalmente, però, le cose difficili mi sono sempre piaciute. Questa costante sfida con me stesso, mi ha portato a creare il M.A.U.C”.
Il M.A.U.C., Modulo Abitativo Universale Caesenam, è un’idea dal potenziale immenso, un’invenzione che, se sfruttata, può dimostrarsi l’esempio per affinare le basi della bioedilizia.
“Il M.A.U.C. è quanto di meglio sono riuscito a escogitare nel mondo del creare – continua Paolo. L’ho fatto perché finisse nella mani giuste, quelle delle persone che puntano alla detecnologizzazione finalizzata al rispetto dell’ambiente e della natura”.

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