L’amore è una cosa meravigliosa, si sa. Anche il caro ‘vecchio’ mondo della pedata, però, ogni tanto non scherza mica. Non credete alle mie parole? Ed allora leggetevi questa (a dir poco romantica) intervista fatta al super-tifoso bianconero Alessandro Donadoni. Perché, signori miei, non è mica facile tifare Cavalluccio (da una vita) se abiti a più di 300 chilometri dallo Stadio Manuzzi.
Signor Donadoni, ci hanno detto che lei è un tifoso bianconero speciale.
“Molto speciale. Per uno, dieci, cento motivi…”.
Al momento me ne basta soltanto uno…
“Io abito ad Alzano Lombardo, una paese in provincia di Bergamo. Ecco, non è proprio facilissimo tifare Cesena se abiti così lontano dalla Romagna. Adesso, con l’avvento del calcio moderno e delle tv a pagamento, è tutto più semplice. Ma vi posso assicurare che tanti anni fa, quando la domenica potevi ‘aggrapparti’ soltanto alla radiolina o casomai al televideo, seguire le gesta del Cesena dalla Lombardia era una vera e propria impresa”.
Quando ha iniziato a tifare Cesena?
“In prima media. Era il 1973, una vita fa. Il piccolo Cesena era appena sbarcato in Serie A. E, quel simbolo del Cavalluccio che faceva bella mostra di se sull’album delle Panini, mi stregò subito il cuore. Così, all’improvviso. Tutti i miei amichetti facevano il tifo per la Juve, per l’Inter, per il Milan. Oppure per l’Atalanta. Io invece mi ero innamorato del Cesena…”.
E quell’amore è ancora più vivo che mai.
“Serie A o Serie D non fa differenza: io tifo sempre Cesena. Chi mi conosce sa bene che il Cesena è da sempre una delle priorità della mia vita. Per il Cesena, in tutti questi anni, ho fatto tante pazzie. Una di queste è stata clamorosa…”.
Dica pure.
“Non è facile fare il tifo per una squadra se non puoi mai vederla dal vivo. Così, una mattina, sono letteralmente scappato di casa. E sono fuggito a Cesena, senza dire niente a nessuno. A nes-su-no. Ero ancora minorenne, facevo la Terza Liceo. In tasca avevo pochi soldi, frutto della vendita del mio vecchio motorino…”.
Una ‘toccata e fuga’ domenicale per assaggiare dal vivo il fascino dell’ex catino della Fiorita?
“No, sarebbe stato troppo facile. Sono partito in treno un martedì: cinque giorni prima della partita! E mi sono sistemato in un alberghetto di terza fascia vicino alla stazione. Mi sono fatto cinque giorni pieni a Cesena. Andavo a vedere tutti gli allenamenti del Cesena, frequentavo il Bar Bianconero. Un’esperienza stre-pi-to-sa. Mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Al campo riuscii a scambiare due battute con il mitico Giampiero Ceccarelli. E un altro dei miei idoli del tempo, l’attaccante Antonio Bordon, mi regalò pure un berrettino di lana del Cesena…”.
E i suoi genitori?
“Niente, non sapevano niente di me. Non gli ho neppure fatto una chiamata. A pensarci adesso mi scappa quasi da ridere, ma in quei cinque giorni i miei genitori hanno patito le pene dell’inferno. Si rivolsero pure ai carabinieri. Visto che Chi l’ha Visto (risatina, ndr) non l’avevano ancora inventato…”.
Lei era un pazzo fulminato…
“Quella mia fuga in Romagna a base di piadina e Cesena si concluse per l’appunto la domenica sera. E sapete come fecero a rintracciarmi i miei poveri genitori?”.
Certo che lo vogliamo sapere…
“Quella famosa domenica, poco prima di quel Cesena-Parma che non scorderò mai più, chiamai il mio miglior amico per raccontargli…dove ero finito. Volevo condividere con qualcuno la mia gioia. Il mio amico però spifferò subito (giustamente, ndr) ai miei genitori la meta della mia fuga e così, tra il primo e il secondo tempo della partita, dagli altoparlanti della vecchia Fiorita si levò il messaggio ‘Alessandro Donadoni è atteso urgentemente all’ingresso della Tribuna Centrale’. La mia avventura proibita in Romagna era giunta così agli sgoccioli. E già sentivo dentro le orecchie le urla di mio papà…”.
Urla più che meritate.
“Direi proprio di sì…”.
Da allora quante partite ha visto dal vivo del Cesena?
“Quasi un centinaio. Gran parte delle gare le ho seguite al Centro-Nord, con il Cesena in trasferta. Ma almeno una ventina di volte sono venuto pure al Manuzzi. Casa dolce casa…”.
La partita da ricordare?
“Beh, la promozione maturata a Piacenza a fine maggio del 2010 non si scorda più. Anche perché quella storica promozione in Serie A la stavo aspettando con ansia da quasi vent’anni. Ricordo anche con affetto pure quel tormentato Lumezzane-Cesena 1-2 che nel giugno del 2004 ci regalò la promozione tra i cadetti. Che io, quel giorno lì, ero addirittura a bordo campo…”.
A bordo campo?
“In passato, quando le regole di ingresso negli stadi ‘minori’ erano meno stringenti, quando non c’erano tutti questi sbarramenti, più volte in trasferta ho seguito il Cesena da bordo campo…”.
Scusi, ma come faceva?
“Semplice, io mi presentavo allo stadio due o tre ore prima della partita. Con addosso qualcosa di elegante, tipo un cappotto nero. Fingevo di essere un dirigente del Cesena, dicevo qualche ‘parolina’ giusta. Oh, qualche volta non riuscivo ad entrare con squadra e staff e mi dovevo ‘accontentare’ di andare in curva. Ma tante volte sono riuscito a fregare tutti…”.
Compreso il Cesena.
“A Cesena ormai mi conoscevano tutti. Per il Cesena ero diventato una sorta di mascotte portafortuna…”.
Allora la rivogliamo vedere molto presto al Manuzzi, oppure in trasferta: Reggiana e Modena fanno (sempre più) paura.
“Tornerò molto presto a seguire dal vivo le gesta dei miei eroi in bianconero. E comunque, ve lo dico già, ho buone vibrazioni per il futuro. Io sono fiducioso: possiamo vincerlo, questo campionato. La Serie C, come dite voi in Romagna, mi ha rotto proprio i maroni…”.
Flavio Bertozzi
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