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I detenuti al tempo del Coronavirus

Casa Circondariale Rimini

È arrivata la primavera, ma l’inverno dell’umanità sembra alle porte. È l’Europa ad essere oggi il centro del problema, con l’Italia che possiede il triste primato del numero delle vittime. In Spagna, che segue il bel paese per numero di contagi, i medici dovranno dare priorità a chi ha maggiori aspettative di vita. Scene come queste non dovrebbero appartenere a questa parte del mondo ed a questo periodo storico; pensavamo tutti fossero relegate ai libri di storia, ad un passato ormai remoto.

In momenti del genere emergono o rischiano di farlo, le maggiori debolezze di un sistema di vita che sembra volerci rinfacciare ogni singolo errore accumulato fino ad oggi. Forse abbiamo appena iniziato a scontare una pena della cui severità non abbiamo ancora contezza, ma ciò rende ancor più insopportabile la condanna. Eppure ci sono individui che questa situazione la vivono, se possibile, in maniera ancora peggiore. Sono soggetti per i quali forse non è possibile spendere la parola persone, sono i detenuti degli istituti di pena italiani. In questi giorni i testimonial di successo si sono sperticati per ricordarci le indicazioni per il contenimento del virus. Vivendo continuamente in casa il messaggio arriva continuamente, quasi senza sosta.

Nelle carceri italiane a fronte di una capienza regolamentare pari a 50.931 posti i detenuti a fine febbraio erano 61.230, circa diecimilatrecento persone, anzi soggetti, in più della capienza regolamentare. La capienza è regolamentare se il detenuto singolo ha a disposizione almeno 9 metri quadri e se per ogni detenuto in più sono disponibili almeno 5 metri quadri. Una delle misure di contenimento del coronavirus prevede una distanza minima di un metro dalle persone circostanti: superfluo provare a calcolare lo spazio disponibile per ogni detenuto in una situazione regolamentare, tanto più quando la situazione è tutt’altro che confinata nelle regole.

Qualche giorno fa, a ridosso delle prime gravi decisioni di contrasto al contagio, alcuni istituiti di pena sono stati protagonisti di episodi di rivolta duranti i quali sono state registrate 12 vittime. Probabilmente i detenuti hanno pensato che, in taluni, casi la condanna al contagio sarebbe stata eccessiva, ma la risposta del governo non si è fatta attendere. Nell’ambito di un corposo provvedimento legislativo denominato “Cura Italia” è stato introdotto un articolo che non manca di provvedere alla tutela anche di questa parte di Italia, i detenuti.

L’articolo 123 del provvedimento dispone che la “pena detentiva è eseguita, su istanza, presso l’abitazione del condannato o in altro luogo di cura” nei casi in cui non si sia colpevoli di reati gravi ed il residuo tempo da scontare non sia superiore a 18 mesi. È curioso notare come il desiderio di diminuire il rischio di contagio debba essere richiesto (“su istanza” appunto): probabilmente la riduzione del rischio di contagio nelle carceri non è percepita come essenziale al contenimento generale del virus. L’articolo prosegue disponendo la necessità di controllo “mediante mezzi elettronici”, procedura alla quale il detenuto deve prestare consenso. Senza il consenso il detenuto se ne può beatamente stare in carcere ad aumentare il rischio di contagio, bontà sua. Viene infine stabilito che l’esecuzione del provvedimento avviene “a partire dai detenuti che devono scontare la pena residua inferiore”, forse perché, ad idea del legislatore, sono quelli con il maggior rischio di essere contagiati. Queste misure sono manifestamente in linea con l’indirizzo del provvedimento legislativo, il cui titolo è “…misure di potenziamento del servizio sanitario nazionale…”, nulla questio.

Da queste riflessioni parrebbe, d’altra parte, che le priorità del legislatore, forse convinto che le mura delle carceri una qualche difesa alla “società civile” la riservano comunque, fossero altre. Sarebbe insincero non ammettere che tutti noi condividiamo l’idea che i detenuti non siano e non possano essere considerati persone al pari di coloro che posseggono legittimamente la libertà. Eppure la Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato; tema dibattuto di recente cercando di conciliare la condanna all’ergastolo con quanto prevede la carta costituzionale. Il tasso di recidiva in Italia è del 68% e ciò conferma la tesi di chi sostiene che il modello rieducativo abbia fallito. In quest’ottica il diritto penale moderno ha individuato una funzione pedagogica nella pena detentiva, con l’intento palese di educare non il reo bensì la coscienza civile e garantire sicurezza e stabilità al sistema. Il detenuto viene spersonificato, perde il diritto di avere una seconda possibilità, diviene colonna infame: da soggetto da rieducare a strumento di educazione. D’altra parte in giorni in cui l’Italia tocca con mano le proprie debolezze sono i più deboli a soffrirne maggiormente le conseguenze e se ci saranno altre rivolte o casi di contagio avremo fatto tutto il possibile. E che la nostra coscienza se ne faccia una ragione!

Giacomo Ercolani

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