In queste ore l’osservatore storico della politica, memore delle vicende che hanno rattristato il sistema politico- istituzionale degli ultimi trent’anni- dall’inizio della seconda repubblica ad oggi- assiste rassegnato- e per vero, anche un po’ disgustato- assiste al manifestarsi di una forma di lobotomizzazione dell’elettorato italiano, al quale non si può chiedere altra reazione a quella appena descritta.

L’ennesimo tentativo, politico, di riaffermare la centralità della politica a dispetto della classe della magistratura, si è grottescamente arenato su un più che modesto risultato elettorale che ha visto partecipare al voto poco più di nove milioni di cittadini aventi diritto al voto.

Nulla di più prevedibile, sol che si considerino i masochistici comportamenti dei due maggiori leader liberaldemocratici degli ultimi anni.

Il primo, Silvio Berlusconi, al quale lo scrivente saggista è legato da una personale simpatia per aver subito centinaia di processi, uscendo, quasi sempre, indenne, ha perso oramai da quindici anni la spinta propulsiva del 1994.

La spinta, purtroppo, è stata definitivamente persa con la scelta di far rimettere sul trono il Re Giorgio che ne aveva deciso le sorti, in accordo con i maggiori leader europei e cavalcando le scelte della finanza mondiale tra l’ottobre ed il novembre del 2011: le sorti del maggior leader italiano erano ormai state determinate da chi voleva, speculando sulla differenza di rendimento dei titoli pubblici, affossare il sistema economico e finanziario del nostro paese.

Il secondo, Matteo Salvini, aveva deciso, in modo ancor più masochistico, di abbandonare l’esperienza gialloverde e di fidarsi di un accordo non scritto con la meteora Zingaretti: far cadere un governo la cui esistenza aveva portato al suo partito sei milioni di voti e tentare di incassare il risultato alle europee del 2019. Al netto di complotti internazionali dei quali lo scrittore non è ancora a conoscenza.

Non pago del grave errore commesso, il Capitano, decideva di rimettere in sella, al pari di Silvio il temerario, il Suo primo Carnefice: il Sergio che nel 2015 era finito sul trono quasi a sua insaputa, dopo che Renzi aveva puntato su di lui per compattare le forze politiche d’ispirazione catto-comunista, quelle liberaldemocristiane e quelle di estrema sinistra (da metà Pd in poi, virando e movendosi verso sinistra, per intenderci).

Mai scelta si rivelerà più nefasta.

In un solo colpo il povero Matteo ha dovuto incassare, nell’ordine:

  1. a) La promessa, dell’intero sistema politico, di vedere realizzate le riforme del terzo potere dello Stato, diventato nel frattempo, legislativo e politico nello stesso momento, mai realizzata;
  2. b) La promessa del manager Draghi di venire incontro alle richieste del suo elettorato, garantendo una consistente riduzione del carico fiscale, mai realizzatasi;
  3. c) La perdita di fiducia di più della metà del suo elettorato.

Al netto di ricostruzioni complottistiche, delle quali l’elettore medio non ha consapevolezza, le logiche partitico-politiche mai hanno avuto una circolarità come negli ultimi quindici anni. Prima Silvio e poi Matteo, che chi scrive, non rinnega di aver sostenuto anche con grande fervore, sono caduti nella stessa tela tessuta sempre dallo stesso ragno. Il ragno ha la testa a forma di falce ed il corpo a forma di martello, ha imparato alla scuola di Lenin e si chiama Partito Democratico.

Oggi il processo di lobotomizzazione del popolo italiano, in accordo con la classe della magistratura e con quella della finanza internazionale, passa necessariamente attraverso l’opera, instancabile e logorante delle diaboliche strategie del partito fu di Botteghe Oscure.

Attraverso i meccanismi più machiavellici, il Pd, armato della longa manus dei presidenti della Repubblica, diventati tali solo dopo avere lo stesso partito, perso ripetutamente le elezioni nel 1996, nel 2001, nel 2006, nel 2008, nel 2013 e nel 2018, è riuscito a disarmare i leader politici più votati della storia della Repubblica secondi, in termini di consenso, solo a De Gasperi.

Ai democratici, figli dell’unione meravigliosa tra Lenin, Gramsci e Togliatti, bisogna riconoscere, con grande ammirazione, di essere riusciti nella realizzazione del piano per il potere redatto dal primo nel 1905: mantenere il potere, dopo aver sopraffatto il proprio alleato, necessario al raggiungimento dell’obiettivo della presa del potere, per poi gestire quest’ultimo ai soli fini della sua conservazione.

A tanto serve il consenso della magistratura e della finanza internazionale. La sopraffazione dell’individuo, la capacità di rendere i singoli inabili all’affermazione dei propri meriti nella società, è l’obiettivo al quale il Partito democratico tende, nell’ottica della gestione del potere al solo fine di garantire la sopravvivenza a pochi. Tutto ciò in vista del controllo e del coordinamento dei comportamenti di milioni di persone dotate di intelletto e di senso critico.

A ciò abbiamo assistito con le operazioni politiche condotta alle spalle del povero Salvini e del generosissimo Silvio. Condurre l’avversario nella propria tela, per poi colpirlo, promettendogli il controllo della scena politica. E la stessa operazione è stata condotta con l’elezione del presidente della Repubblica e con l’adozione della strategia di tentare di affossare i referendum sulla giustizia.

Ora, dopo tanti anni di logoramento dell’elettorato liberalconservatore, l’unica speranza passa per una donna. Sperando che, come Giovanna D’arco, Giorgia Meloni non si faccia attrarre per la terza volta nella tela del ragno. A pagarne le conseguenze sarebbe, per l’ennesima volta, il nostro paese, condannato all’immodificabilità dagli eredi di Lenin.

La storia ci dirà, nuovamente, se si dovrà chinare il capo, riconoscendo la supremazia strategica di una minoranza o se, come Giovanna D’arco, Giorgia Meloni salverà la classe media dalla sopraffazione del postcomunismo, oggi alleato della magistratura e della finanza mondiale. Ovvero della conservazione dei privilegi di pochi a scapito del ceto medio.

Per ora, i liberalconservatori, devono concentrare i loro sforzi e far convergere i loro voti solo sull’unico leader in grado di contrastare il ragno: Giorgia Meloni.

Avv. prof. Enrico Mezzanotte

”Conad”/
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