Favoriti dal clima di accoglienza secondo il principio “tutti e subito” e di controlli fatiscenti che permettono, grazie ad una rete organizzata, di sparire subito dai porti appena sbarcati dalle navi delle onlus o da quelle della marina militare italiana decine di combattenti dell’Iris fanno perdere le loro tracce. Non per niente nell’agosto del 2016 nelle case distrutte di Sirte in Libia venne trovata una lista di nomi di sette combattenti volontari arrivati dalla Tunisia in Libia per partecipare alla guerra santa.
Agghiacciante lo spunto accanto a ciascun nominativo che rendeva noto che i soldati avevano proseguito per l’Italia, probabilmente, ma la certezza è molto più di una supposizione, frammisti nei barconi con i migranti.
Nel Bel Paese è certo che esiste da tempo una grossa rete di copertura per i fuggiaschi sconfitti , ma buoni per altre azioni ed è forse per questo che al momento l’Italia è indenne da attentati secondo il principio di non svegliare il cane che dorme. Per l’antiterrorismo italiano sarebbero almeno una ventina i soldati tunisini jihadisti formatisi in Italia e che da qui si sono sparsi nei territori dove infuriava la “guerra santa”. Come sottolinea il ministro dell’interno Marco Minniti la minaccia dei volontari sopravvissuti alla sconfitta del Califfato che potrebbero tornare a casa e magari vendicarsi è molto più che una semplice supposizione.
Il legame con l’Italia è stato garantito nel tempo dalla vecchia guardia in parte morta in combattimento o catturata. I pezzi grossi del terrorismo creatosi in Italia erano personaggi come Moez Fezzani, combattente in Afghanistan spedito a Guantanamo e poi rimandato in Italia da dove e’ stato espulso e che sfruttando la primavera araba è tornato in libertà passando dalla Tunisia dove risiedeva alla Siria e alla Libia, fuggendo poi da Sirte che stava capitolando per essere catturato in Sudan che l’ha estradato a Tunisi.
Come non sottolineare che il più giovane emiro tunisino dell’Isis, Nouruddine Chouchane, è stato operaio a Novara, e dato poi per morto per mano americana anche se di questo, tuttavia, nessuna certezza. Ancora oggi in Piemonte tra Gallarate e Novara e in altre parti italiane esiste una rete di protezione dove trovare rifugio.
Piero Pasini
