Il generale croato Pralijak si dà la morte in un’aula di tribunale a telecamere accese, “non sono un criminale di guerra”, le sue ultime parole.
Scena drammatica.
Per un tribunale internazionale è un criminale, per il presidente del suo Paese, la Croazia, è un eroe.
La Croazia, un Paese democratico, nostro dirimpettaio, al di là del “lago” adriatico.
Confesso di non conoscere bene la storia di Pralijak, cercherò di capire meglio.
Ma so che in guerra, per un soldato, il confine fra l’essere criminale o eroe è sempre incerto.
Non solo nelle guerre tradizionali. Conosco bene il caso Contrada nella guerra contro la mafia.
Un tribunale ha pero’ stabilito che il generale è stato un criminale. Bene.
Ma di fronte alla morte che un uomo decide per se stesso, con un gesto così grave e drammatico, per urlare al mondo la sua verità, è consentito un sentimento di compassione?
O un pensiero non liquidatorio e ultimo.
Solo per un attimo, per qualche secondo?
No! I titoli dei giornali, quasi tutti unanimi, oggi sono: si uccide in diretta il criminale di guerra.
E poi articoli durissimi.
Nessuna pietas. Nemmeno per un attimo.
Anzi qualcuno l’ha descritto quasi fosse l’ennesimo gesto di arroganza.
Non lo so, è molto probabile che Pralijak sia stato un efferato criminale.
L’ex Jugoslavia è stato un territorio di crimini terribili, non ho alcun dubbio su questo.
Ma una civiltà matura, se vuol essere avanzata, davanti alla morte di un uomo che urla la sua non colpevolezza di fronte ai suoi giudici, per un attimo, solo per un attimo, deve saper stare in silenzio e riflettere.
Ma ormai, in questa epoca urlata, cattiva, con imperante odio sociale, dominata da rabbia e fake news e con gli algoritmi che regolano le opinioni, non ci si ferma nemmeno di fronte alla morte di un uomo.
Nemmeno per un attimo solo.
Sergio Pizzolante, deputato della Repubblica