In Italia ci sono tre voci di spesa che incidono in maniera enorme nel bilancio dello stato: la spesa sanitaria, la spesa per la pubblica amministrazione, la spesa pensionistica. Vediamo questa ultima voce. Nel nostro Paese oltre il 30% dell’intero bilancio dello Stato viene impiegato per il pagamento delle pensioni, sia a favore di dipendenti privati e lavoratori autonomi (Ente erogatore l’Inps) che per i lavoratori pubblici. Si tratta di una cifra che si avvicina ai 300 miliardi l’anno, oltre il 17% del PIL. Malgrado l’ampiezza di queste cifre in generale non c’è soddisfazione da nessuna parte. La pensione media degli italiani è di circa 14.700 euro all’anno, con ancora un numero enorme di pensionati che non arrivano a mille euro.
Ma quale sarà il futuro delle pensioni nel nostro Paese. Che, fortunatamente invecchia sempre di più anche in tempi di pandemia, e che pertanto ogni anno che passa si vede la spesa per pagarle aumentare. E si deve trovare una sistema che tenga insieme le risorse e le necessità di coloro che dovranno vivere con l’unica entrata rappresentata dall’assegno mensile pensionistico.
Ricordiamo che in Italia le pensioni vengono pagate con i contributi che nello stesso anno i lavoratori e le imprese pagano all’Inps. Non esiste un fondo precostituito coi contributi pagati nel tempo e accantonati. I pagamenti avvenuti nel tempo e gli anni passati al lavoro servono unicamente per calcolare gli importi degli assegni. Il primo grosso tentativo di mettere una regola ci fu nel 1995 quando fu deciso che le pensioni si dovevano pagare con il metodo contributivo, cioè con quanto il lavoratore e i suoi datori avevano effettivamente pagato nel tempo. Fino ad allora questo conteggio non veniva fatto e si calcolava semplicemente l’assegno con anni di contributi e salari percepiti. Ma oggi ci si rende conto che anche questo sistema presenta delle criticità. Innanzi tutto perché la vita media si allunga ed ogni lavoratore percepisce la pensione sempre per maggiore tempo, inoltre la situazione lavorativa attiva ha sempre maggiori problemi, tali da non mantenere i ritmi di contribuzioni.
E allora per il futuro cosa dobbiamo aspettarci? Per coloro che sono già in pensione purtroppo i correttivi per seguire il costo della vita si sono già inceppati ( facendo perdere negli ultimi dieci anni almeno il 5% dei valori), ma gli aventi diritto riceveranno gli assegni già maturati. Coloro invece che matureranno i tempi nei prossimi anni non dovranno aspettarsi grandi cose. Negli anni più prossimi ci saranno delle novità: non sarà più in essere “Quota cento” e probabilmente l’età minima sarà spostata a 63 anni per i lavori gravosi e 64 per gli altri con la leva degli anni di contributi. Dovrebbero rimanere in essere la “ Opzione donna”, “Lavori usuranti” “Ape sociale volontaria”. Ricordiamo che la pensione normale di anzianità si matura a 67 anni.
La materia previdenziale presenta variabili infinite, anche perché ognuno dovrà fare i conti con la propria posizione, e questo va fatto per tempo, onde evitare di lasciar passare opportunità che magari non si ripetono. Ecco perché consultare un Patronato, sempre gratuita la consulenza, è quanto mai opportuno; segnaliamo per esempio quello che conosciamo meglio. 50 & più con i propri uffici ubicati presso le Confcommercio di tutta Italia.
Ottavio Righini








