E’ uno dei maggiori problemi dell’attuale Governo, che nel contratto rappresenta un punto cardine dell’accordo politico. Ma è sicuramente anche uno dei punti più difficile, poiché se si vorrà superare la “famigerata” ( per molti) Legge Fornero, si dovrà mettere mano pesantemente al portafoglio. Vediamo come sarà possibile far quadrare il cerchio. Non dimenticando quanto diceva Platone: “non conosco una via infallibile per raggiungere il successo, ma una sicura per l’insuccesso si, voler accontentare tutti”.

In Italia il problema pensione riguarda tutti indistintamente: dipendenti ed autonomi, vecchi e giovani, donne e uomini. Ecco la ragione per cui ne ragionano tutti, anche se in maniera diversa.

Il nuovo Governo ormai insediato da sei mesi sta ragionando sulla cosiddetta “quota 100” che consentirebbe il ritiro dall’attività lavorativa a tutti coloro che avessero raggiunta l’età anagrafica di 64 anni con 36 anni di contributi versati come posizione minima ( a salire poi: 65+35 , 66+34 ) in modo tale da contenere l’aumento di cinque mesi di età pensionabile che dal prossimo 2019 passerà dagli attuali 65 anni e sette mesi a 67 anni. Si stanno anche valutando alcuni vincoli per rendere più sostenibile il progetto. Infatti l’INPS ha stimato che la “quota 100” senza correttivi potrebbe costare almeno 15 miliardi l’anno, cifra proibitiva. Con qualche importante accorgimento ( minimo 36 anni di contribuzioni e 64 anni di età, massimo due anni di contribuzioni figurative, applicazione del sistema contributivo a tutti) il costo potrebbe scendere a circa cinque, otto miliardi annui. Sarebbe anche prevista la pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica.

Ricordiamo che la Riforma Dini del 1995 ha salvaguardato tutti coloro che contavano almeno 18 anni di contribuzione previdenziale al primo gennaio 1996 consentendo di ottenere la pensione secondo il vecchio metodo retributivo parametrato sullo stipendio degli ultimi anni. La Riforma Fornero ha invece previsto per questi lavoratori ( al momento sono rimasti in attività i nati fra il 1951 e l’inizio degli anni 60) il calcolo contributivo a partire dal 2012. Per facilitare l’uscita pensionistica il Governo sta pensando di applicare il calcolo contributivo anche per la parte compresa fra il 1996 ed il 2012. Ricordiamo che negli ultimi anni il coefficiente di trasformazione ha ridotto mediamente le pensioni dell’11%!

Dovrebbe anche essere ripristinata l’opzione donna, con la possibilità di ottenere la pensione con 57 o 58 anni di età (dipendenti o autonome) e 35 anni di contributi versati. Opzione prevista fino al 2017 e poi cancellata. Anche alcune opportunità introdotte dall’ultimo Governo potrebbero essere abolite, come l’Ape social.

Concludendo, per oggi poiché il tema pensioni sarà attuale sempre, auspichiamo che il Governo sappia trovare la giusta strada per rendere sicuro ed equo questo sacrosanto diritto per tutti coloro che dopo una vita di lavoro si apprestano a vivere quella di pensionati in maniera decorosa.

Ottavio Righini

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