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Pensioni e rivalutazioni 2019

L'esperto Ottavio Righini

Ormai la possiamo considerare una prassi ordinaria. Passano i Governi ma una costante rimane: le pensioni non vengono mai rivalutate come vorrebbe la legge, si sono sempre trovate scappatoie per disattendere le giuste aspettative di chi ha versato fiori di contributi durante l’attività lavorativa. Ad onor del vero c’è da dire che con l’ultima manovra il Governo gialloverde ha “colpito” molto meno dei loro predecessori al punto che sembrano quasi esagerate le rimostranze di alcuni sindacati e di alcuni partiti di opposizione, che si sono sempre mossi poco o nulla quando altri Governi colpivano “più duro” sulle pensioni.

Ma vediamo come andranno le cose per quest’anno. Considerando che il tutto avverrà dal prossimo mese di febbraio in quanto a gennaio non si è fatto in tempo a sistemare i nuovi valori ( ma i pensionati non perderanno nulla, riceveranno le rivalutazioni di gennaio con quelle di febbraio!). Le pensioni medie, poiché quelle piccole come vedremo non saranno penalizzate e quelle “d’oro” dovranno pagare in modo consistente.

Facciamo un po’ di storia di queste martoriate rivalutazioni. Rivalutazioni che sono dovute ogni anno tenendo conto del tasso di inflazione che penalizza il potere d’acquisto. Per esempio l’anno appena passato ha evidenziato un tasso inflattivo dell1,1% e le pensioni dovrebbero essere rivalutate con questa precisa percentuale. Ma così non sarà. 

Ricordiamo che nell’ormai lontano 2007 ( Prodi Primo Ministro e Damiano Ministro del Lavoro!) decretarono la sospensione della rivalutazione per le pensioni oltre i 3.500 euro lordi, per un anno. Ma il bello ebbe inizio nel 2012 con il duo Monti Fornero che decretarono il blocco totale dell’indicizzazione a carico delle pensioni al di sopra di tre volte il minimo, vale a dire oltre 1.405 euro lordi mensili nel 2012 e 1.443 euro lordi mensili per il 2013. In quegli anni le pensioni oltre tali limiti lordi non ricevettero nessuna rivalutazione. Fu chiamata in causa la Consulta che confermò i tagli determinando che tali tagli avrebbero avuto termine nel 2017. Ma la legge di bilancio del 2016 allungò il termine alla fine del 2018.

Ma come detto l’attuale Governo non ha reintrodotto la perequazione al 100%, ma solo in modo leggermente parziale come segue:

  1. Fino a tre volte il minimo (1.521 euro lordi): rivalutazione intera al 100%
  2. Per gli assegni da 1.521 a 2.029 euro rivalutazione sul 97% dell’inflazione (anziché 1,1 sarà 1,067)
  3. Fino a 2.537 euro rivalutazione sul 77% ( anziché 1,1 sarà 0,847)
  4. Fino a 3.042 euro rivalutazione sul 52% ( anziché 1,1 sarà 0,572)
  5. Fino 4.059 euro rivalutazione sul 47%( anziché 1,1 sarà 0,517) 
  6. Fino a 4.566 euro rivalutazione sul 45%( anziché 1,1 sarà 0,495)
  7. Tutte le pensioni oltre, rivalutazione sul 40%( anziché 1,1 sarà 0,44)

Ricapitolando le somme perse saranno le seguenti:

  1. Nessuna perdita di rivalutazione
  2. Sulla pensione da 2.029 euro perdita mensile di 0,67 euro
  3. Sulla pensione da 2.537 euro perdita mensile di 6,43 euro
  4. Sulla pensione da 3042 euro perdita mensile di 16,06 euro
  5. Sulla pensione da 4.059 euro perdita mensile di 23,66 euro
  6. Sulla pensione da 4.566 euro perdita mensile di 29,68 euro
  7. Sulla pensione da 6.000 euro, per esempio, perdita mensile di 39,60 euro

Teniamo conto che si tratta di importi al lordo e che le mensilità di conteggio sono 13. Come si vede certo un taglio, ma sicuramente meno doloroso di quelli precedenti, anche se ripetiamo sempre scorretto e verso cittadini che spesso devono sostenere la famiglia sono col reddito di pensione. Forse di poteva partire da cifre maggiori, per esempio colpire con il taglio solo quelle superiori ai 5/6 mila euro. Ma sappiamo che si scelgono sempre le cose più semplici e sicure, come sono le pensioni ed i pensionati.

Ottavio Righini

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