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Che fare? di Luciano Spada

Luciano Spada

La capacità di capire ed in parte prevedere gli eventi e le dinamiche politiche ha preso il nome di “Scienza della Politica” perché dalle scienze esatte ha assunto alcuni principi e metodologie, come: 1) l’osservazione, 2) la riproducibilità dell’evento, 3) l’analisi controfattuale, 4) la falsicabilità, 5) la padronanza dei bias cognitivi ecc. .

Occupandosi, la politica, di tutta la vita e la società umana essa implica anche una conoscenza (o capacità di utilizzare conoscenza) quasi enciclopedica da “Pico della Mirandola”. Purtroppo costruire l’edificio sociale è molto più complesso che progettare il ponte di Genova o il grattacielo di Cesenatico, eppure nessuno darebbe la laurea in ingegneria a chi non conoscesse la Scienza delle Costruzioni o la Fisica dei Materiali.

Ci sono persone o partiti che, nella storia, hanno dimostrato di possedere (come dote quasi naturale o come risultato di pensiero collettivo) grandi competenze per costruire e gestire l’edificio sociale. Ad esempio, la DC ha dominato per 40 anni la politica italiana finché è stata in grado di corrispondere ad alcune esigenze della società ed ha dimostrato due caratteristiche fondamentali: inclusione e dialogo. Quando De Gasperi vinse con ampio margine le elezioni del ’48 si guardò bene dal governare da solo, ma cercò l’inclusione dei partiti laici di centro, ottenendo così un doppio vantaggio 1) essere “coperto” in una vasta area della società, 2) migliorare la propria progettualità governativa con idee e programmi al di fuori del campo cattolico. Per quanto riguarda poi il dialogo, pur non concependo la “lotta di classe” come motore della società, non si sottrasse mai alla discussione su come far progredire le fasce meno avvantaggiate della società e migliorare le risposte dello Stato. La storia ci insegna al contrario che altre caratteristiche politiche, come quella di interpretare la rabbia sociale, sia ideologica che economica, o quella di guidare vasti fronti di opposizione radicale,   hanno spesso dato contributi a modificare situazioni politiche, ma non abbiano poi aiutato a costruire alternative, oppure abbiano determinato dei disastri epocali (ne vediamo tutti i giorni sotto gli occhi la dimostrazione). Partiti e uomini spesso si trovano ad interpretare ruoli antitetici rispetto alle scelte politiche che si presentano: lavorare per l’affermazione di se stesso o del partito, oppure per raggiungere l’obiettivo di carattere generale indipendentemente dalla sorte individuale; mantenere l’identità precisa ed esclusiva che garantisca, tuteli e conforti un cosiddetto zoccolo duro o perseguire un obiettivo più alto anche attraverso l’ibridazione della propria identità, ma arrivando ad una platea di gran lunga maggiore? Se un partito o un leader è divisivo potrà ottenere grandi percentuali di crescita, grandi successi mediatici o popolari, ma arriverà sempre “ad un passo dalla vetta” senza mai raggiungerla. Questo perché, maggiori sono i progressi, maggiori e più agguerrite saranno le forze che si opporranno e, paradossalmente, ne sarà proprio quel leader il catalizzatore. I metodi per ottenere un consenso utile a governare/amministrare sono sostanzialmente tre: 1) la forza, 2) la manipolazione, 3) l’inclusione; scartando il primo che è proprio delle dittatura ed il secondo che vedo più adatto a persone senza scrupoli dotate di furbizia “levantina”, resta solamente il terzo per una democrazia ed una società matura ed evoluta. L’inclusione ed il dialogo presuppongono che il “voto in più” che permette di conquistare la guida di un’amministrazione abbia lo stesso valore di tutti gli altri che permetterebbero solo di arrivare ad “un voto in meno”. Nei palmares i secondi non sono mai nominati. Tutti dicono che al giorno d’oggi la personalità e l’immagine del candidato è fondamentale (come hanno sproloquiato i giornalisti a proposito della recente elezione di Bonaccini). E’ un’affermazione monca che può valere in negativo più che in positivo e che si scontra su una caratteristica che ha la lotta politica in Emilia-Romagna. Il PCI, poi PdS, poi DS, poi PD ha la progettualità, la squadra ed in ultimo candidati intercambiabili; questo ha sempre permesso di poter candidare in comuni importanti persone di un altro comune o figure di secondo piano e vincere tranquillamente. Lenin si è impadronito della Russia con poche centinaia di seguaci, ma aveva un progetto preciso, una squadra affiatata ed era un leader fortemente volitivo ( si può paragonare a Napoleone o Hitler, sotto questo aspetto).Che i progetti siano sbagliati e che la squadra sia mediocre è un fatto secondario, perché quando si ha in pugno un’amministrazione si può manipolare qualunque cosa; anche Faenza ne è un esempio. Sull’altro versante spesso manca progettualità (quando si è fuori da tutto è anche difficile), manca la squadra (che bisogna individuare, comporre, alimentare, difendere e guidare, ma non si hanno le risorse) e un possibile candidato sa che ha sicuramente molto da perdere ed è perciò difficile da individuare. Tutte queste considerazioni di carattere generale si possono riportare tranquillamente sulla Faenza di questa fine luglio: da una parte idee (sbagliate) per un futuro della città, una squadra al lavoro fuori e dentro l’amministrazione, un candidato che potrebbe anche essere un altro (senza nulla togliere valore ed alla qualità di questo, che riconosco); dall’altra l’attenzione quasi spasmodica a piccoli ruoli personali o a sterili affermazioni di gruppo, oppure neppure questo. Non vedo una qualsiasi regia che sia in grado di scrivere una bella sceneggiatura e ribaltare un copione troppe volte visto.

Qualcuno potrebbe smentirmi, ma con questa specie di coprifuoco dovuta al covid 19 è anche difficile che si possano fare incontri, dibattiti, manifestazioni, iniziative che possano rivitalizzare un’alternativa allo strapotere del PD. Osservo solo che, siccome il ciclo in genere è di 2 mandati, se ne riparlerà alla fine del 2030.

Luciano Spada uno dei Fondatori di Forza Italia in Romagna nel 1994 e di Azzurri ’94 nel 2013

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