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Le incredibili storie di San Patrignano

Il percorso terapeutico a San Patrignano dura circa 4 anni. Chi entra in comunità per i primi due anni non può vedere i genitori, salvo scrivere lettere, non può usare cellulare, computer, tablet, fumare e da pochi mesi neppure bere un bicchiere di vino a tavola, abolito per rispetto dei numerosi ex alcolisti entrati. In tanti lavorano, in molti qui riprendono gli studi abbandonati in passato.

Come Sofia Cantisani, oggi 28enne, di Bergamo, entrata cinque anni fa a Sanpa. “Sono riuscita a laurearmi in lingue orientali riprendendo gli studi universitari interrotti a Venezia per colpa della droga”, racconta. “Ho iniziato per scherzo a 13 anni a fumare le canne, nel giro di sei mesi sono passata alla cocaina, e sono andata avanti così fino al diploma e all’iscrizione all’università. Poi sono andata sei mesi in Cina, dove ho continuato ad assumere droghe. Tornata in Italia, a 21 anni, mi sono persa: ho conosciuto un ragazzo che si faceva eroina, ho mollato l’università per fare la vita da strada. Vivevamo a Bologna in una roulotte abbandonata, ricordo che col nevone mettevo dei sacchetti di plastica ai piedi e andavo a chiedere l’elemosina per comprare droga. Per non sentire l’umidità dormivo sui cartoni trovati nei cassonetti dell’immondizia. Pensavo che di lì a poco sarei morta, era un pensiero costante. Mia madre un giorno mi è venuta a prendere in strada a Modena e mi ha costretta a tornare a casa. Mi avevano come sequestrata. Non potevo uscire, fumare, usare il telefono. Ho provato a chiamare i carabinieri per denunciarli, ma uno di loro mi ha detto: “A costo di rischiare la divisa, tu resti qui e dai retta ai tuoi genitori”. Mi ha salvata. Perché a quel punto, senza via di scampo, ho ceduto a San Patrignano. Oggi lavoro, ho un mio stipendio, una laurea e i cinesi mi dicono che parlo benissimo la loro lingua. Questa è la mia rivincita. Qui ho conosciuto anche l’amore e per il mio futuro sogno un impiego in una ditta di import export. Anche se ho un po’ di sana paura a tornare nel mondo esterno”.

Più difficile il percorso da intraprendere per i minori, costretti a stare in Comunità non per propria scelta. Ma c’è anche chi a San Patrignano è entrato tardi, come Emiliano Magnani, 42 anni, di Reggio Emilia, impiegato al centro medico.

“Avevo 39 anni e 25 di eroina alle spalle”, confida. “Ho iniziato a bere e a fumare a 12 anni, ma la situazione per me è precipitata a 15 anni, dopo la morte di mia mamma. Fumavo eroina per soffocare la rabbia e ho sempre portato avanti una doppia vita. Ho provato altre comunità, ma non è andata bene e mi sono ritrovato in strada, più rovinato di prima. Per cenare facevo il giro dei bar a caccia di noccioline, quelle servite con gli aperitivi, non avevo un soldi in tasca, ero sfinito, fisico deformato a causa dei problemi al fegato e senza denti. E non avevo voglia di affrontare il mio malessere. Sanpa per me è stata l’ultima spiaggia. Ora mi sento rinato e vorrei aiutare gli altri per restituire ciò che mi è stato dato”.

Laboratorio tessile

ALLARME DROGA ADOLESCENTI

A 14 anni hanno già avuto il primo contatto con alcol e cannabis, a 17 passano alle droghe sintetiche in cerca di sballo in discoteca, a 18 provano la sempre meno costosa cocaina e nel giro di un paio di anni l’eroina, che ritorna ad essere iniettata in vena. E ancora, tra i minori che fanno uso di sostanze stupefacenti, si è quasi azzerato il divario tra maschi e femmine: sono proprio le ragazze, negli ultimi tempi, a far schizzare i consumi di eroina, assunta come antidoto alla fame per cercare di perdere peso, annoverando così il disturbo alimentare, insieme alla videopatia e alla ludopatia, tra le dipendenze da monitorare e in qualche modo curare. E’ questa l’ultima preoccupante fotografia sui consumi di droghe delle seconde e terze generazioni, scattata in vista della giornata mondiale per la lotta alla droga del 26 giugno (giorno in cui è atteso in comunità il presidente della Repubblica Sergio Mattarella) dall’osservatorio di San Patrignano, la comunità per il recupero della tossicodipendenza nata sulle colline riminesi, che in quarant’anni ha accolto gratuitamente oltre 26mila ragazzi e ragazze, di cui il 72% usciti dal tunnel della dipendenza. Una sorta di cittadella con tutti i servizi necessari a portata di mano (centri residenziali, sportivi, di aggregazione, aziende artigianali e agricole, una prestigiosa produzione di vini, pizzeria, mega sala ristorazione, auditorium, negozi, vivaio e persino poliambulatori medici) che occupa un’area pari a trecento campi da calcio e che oggi ospita 1320 giovani, il 20% donne.

I NUMERI

Nel 2017 sono stati 509, di cui 33 sotto i 18 anni (15 ragazze tra cui due di 14 anni e 18 ragazzi) i nuovi ingressi registrati a San Patrignano (41 in più rispetto all’anno precedente), compresi gli arrivi nella struttura di preaccoglienza a Botticcella. Tra i nuovi minori registrati, uno su due ha consumato droga per la prima volta entro i 14 anni, a 18 anni uno su 4 cocaina o eroina.

Il 26% di loro ha almeno un genitore con un passato di dipendenza e per lo più sono padri (ex tossicodipendenti o ex alcolizzati); molti gli ingressi di ragazzi che raccontano di avere genitori separati. Sempre secondo l’osservatorio di Sanpa (nomignolo della comunità), la droga più utilizzata da 9 ragazzi su 10 è la cocaina, in aumento (usata da 463 persone rispetto alle 395 del 2015); segue la cannabis, assunta dall’87% (444 persone contro 385). Il 57% circa dei nuovi arrivati ha fatto uso di eroina (293). Seguono ecstasy (270), ketamina (144), anfetamina (81) e allucinogeni (152). In termini di dipendenza primaria, la ‘neve bianca’ è balzata in testa (55%), mentre nel 2015 al primo posto figurava l’eroina (44%), ora seconda al 32%.

Per il 3% c’è la cannabis, con 10 ragazzi entrati unicamente per questa dipendenza. Infine, fra tutte le persone che hanno messo piede a San Patrignano nel 2017, 5 lo hanno fatto per dipendenze diverse dalla droga: 3 per alcolismo e 2 per ludopatia. L’uso di alcol è patologico per il 40% dei nuovi ingressi, mentre il 90% del totale dei tossicodipendenti è poliassuntore, ha cioè provato più di una sostanza stupefacente.

“Questo è il fenomeno che si riscontra anche nei giovanissimi – spiega il dottor Antonio Boschini, medico infettivologo a Sanpa da 39 anni -. Molti non conoscono neppure le sostanze che assumono, e le conseguenze: per loro l’importante è sballarsi. Spesso lo fanno per dimostrare al gruppo di non essere da meno degli amici, senza preoccuparsi di ciò che assumono. Una percezione del rischio talmente bassa che ci sta portando ad assistere anche ad un ritorno dell’eroina assunta per via iniettiva”.

Quale è la ricetta giusta per evitare l’ingresso in una comunità? “Prima di tutto la prevenzione, che negli ultimi anni purtroppo è calata nelle scuole. Inoltre le droghe ormai sono come sdoganate e non è facile spiegare gli effetti negativi ai ragazzi, ti ridono quasi in faccia. I genitori invece hanno un’arma potente in tema di dipendenze: dare dei buoni esempi, essere sani modelli per i propri figli”. “Da 40 anni ci occupiamo ogni giorno di aiutare i ragazzi a sconfiggere la loro dipendenza e ridare loro la possibilità di recuperare l’autostima e una vita piena in cui possono realizzarsi”, dichiara Antonio Tinelli, presidente della comunità di San Patrignano.

“L’età di contatto con la droga si sta abbassando vertiginosamente. Per questo motivo continueremo ad impegnarci a promuovere la prevenzione. Ogni anno incontriamo, attraverso i nostri ragazzi in percorso, cinquantamila studenti di tutta Italia e raccontiamo loro cosa c’è dietro la droga e la difficoltà che si prova per uscirne, cercando di aumentare la percezione del rischio”.

LA COMUNITA’ HA 40 ANNI

La comunità è stata fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli e non percepisce fondi statali; nel 1995 a seguito della sua morte gli succede il figlio Andrea, mentre dal 2011 è affidata a un comitato di garanti. Sanpa ha un costo annuo di circa 28 milioni di euro (ogni ragazzo costa circa 80 euro al giorno), metà dei quali messi in cassa attraverso fondi di privati, cene stellate con chef di successo e altre iniziative per la raccolta. Per entrare in comunità, seguendo l’iter obbligatorio, ci sono circa cento giorni di attesa; diecimila le richieste telefoniche di aiuto ogni anno. Nella classifica delle regioni da cui provengono i ragazzi c’è al primo posto l’Emilia Romagna (72 nuovi ingressi nel 2017) seguita da Tosca (50), Marche (46); Lazio, Lombardia, Veneto, rispettivamente 43, 42 e 40 ragazzi. All’ultimo posto il Molise con un solo ingresso.

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