di Franco D’Emilio

Bastarono dieci minuti soltanto, tra le nove e cinque e le nove e quindici di giovedì 16 marzo 1978.

Fu quello il tempo utile ad un commando terroristico delle Brigate Rosse, perfettamente organizzato sul piano militare, per bloccare l’auto del leader democristiano Aldo Moro e quella successiva di protezione, uccidere, quindi, cinque agenti della scorta, rapire il prestigioso uomo politico, infine dileguarsi, facendo perdere le proprie tracce.

Quel giorno, quella mattina di quaranta anni fa un perfido, esaltato disegno eversivo di rivoluzione armata assestava, così, un duro colpo alle istituzioni democratiche, insomma alla nostra fragile Repubblica.

L’attacco, violento e proditorio, davvero perfetto tecnicamente nella sua esecuzione, produsse tanta emozione e tanto disorientamento negli italiani che subito ne intesero la terribile finalità di sfida, intimidazione, ricatto allo Stato. Forse questo turbamento fu anche maggiore dello sgomento per il sequestro dell’on. Moro.

Tuttavia in quella circostanza fu immediata, ferma e ben organizzata la reazione politica della nazione con scioperi e manifestazioni, già convocati a metà mattina, e repentine edizioni straordinarie di giornali e telegiornali. La proclamazione, poi, di uno sciopero generale che gremì le piazze italiane fu determinante nel compattare e dirigere la reazione, lo sdegno di tutti i cittadini.

Una cosa fu subito chiara, il sequestro del leader democristiano e l’uccisione della sua scorta rispondevano al disegno di contrastare il rinnovamento del governo del paese, come da tempo auspicato dallo stesso Moro: aprire la maggioranza di governo al Partito Comunista, quindi assecondando l’incontro fattivo tra le due forze popolari più significative nella vita politica del paese, la Dc e il PCI, anche all’insegna del superamento di quelle divisioni ideologiche, di sterile antagonismo, già da tempo in crisi, rivelandosi fuori dal progresso dei tempi.

Tobagi e Moro  Moro e BerlinguerIl corpo di Moro nella Renault 4

Certo, i 55 giorni della prigionia di Moro furono altrettanti giorni di spaccatura del paese, sia della sua politica che della sua opinione pubblica.

Fu lacerante la divisione tra le ragioni politiche di non cedere ai terroristi e i sentimenti di umanità, vicinanza al sequestrato per ottenerne la liberazione, insomma si profilarono due fronti opposti, quello contrario e quello, invece, favorevole alla trattativa, tali purtroppo sino al ritrovamento del corpo del rapito in via Caetani a Roma.

Indimenticabile l’accorato appello del pontefice Paolo VI agli uomini delle Brigate Rosse per la liberazione di Aldo Moro, non poteva essere diverso l’intervento del Papa, fra l’altro legato allo statista DC da un’antica e solida amicizia.

Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, quest’ultimo segretario del PCI, avevano già  allora presagito il superamento e l’inevitabile caduta della politica dei blocchi contrapposti tra est ed ovest, quindi della prossima apertura di una stagione di nuove libertà e nuovi spazi di governo: per questo avevano cercato una via che in Italia anticipasse e sperimentasse quella diversa prospettiva politica.

Incredibile che possa sembrare, quei dieci minuti tra le nove e cinque e le nove e quindici di giovedì 16 marzo 1978 non trascorsero invano, il sacrificio di Moro e della sua scorta è stato e resta oggi il doloroso fondamento, baluardo del nostro presente di libertà.

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