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Rubicone, vittima di violenza stende un lenzuolo dal balcone perché si è sentita libera

Ha steso un lenzuolo dal balcone nel giorno in cui si è sentita finalmente libera. O almeno, ha avuto e riguadagnato una piccola parte di quel diritto di cui ognuno di noi dovrebbe godere. Questo sino a quando le prove non verranno confermate nel processo che si terrà a breve. Lei è Manuela – nome di fantasia – ma la storia è vera, cruda. Vittima di stalking da diversi mesi da parte dell’ex fidanzato, la donna di mezza età vive in un paese del Rubicone. Decide di parlare Manuela, del suo caso: lo fa per aiutare tante donne che ancora sono vittime di soprusi e violenze fisiche o psicologiche. Lancia un appello accorato a cui non si può essere indifferenti, ancor più in queste settimane dove tutti abbiamo letto dei fatti cruenti accaduti proprio verso il genere femminile.

“Vivo in un piccolo paese, da mesi tutti sapevano della situazione che stavo affrontando, sola, ma nessuno mi ha avvicinato mettendomi una mano sulla spalla o chiedendomi come stavo. Oggi sono provata, ma tacere è ciò che di più sbagliato può esistere”, dice la vittima. Lui, l’ex compagno, era stato condannato per stalking nei confronti della donna già ad aprile scorso, la pena era stata sospesa e poco dopo erano ricominciate alcune situazioni quotidiane di cui la donna aveva sentore fossero riconducibili all’ex compagno.

“Avevo la sensazione di essere guardata, o che comunque vi fosse qualcuno che monitorasse la mia vita quotidianamente. Così mi sono rivolta nuovamente al mio avvocato e ai carabinieri”, dice la donna. E, grazie alla sensibilità dei militari della stazione di San Mauro Pascoli e all’avvocato Paola Mengozzi, si è attivata la procedura del Soccorso Rosso. “Sono stata in caserma e ho spiegato i miei dubbi, le sensazioni, ciò che mi accadeva e quegli indizi che nel quotidiano, mi stavano riportando al mio ex fidanzato. Avevo paura, mi sentivo spiata, ma ho trovato dall’altra parte dei militari sensibili, attenti, pronti, che sapevano esattamente cosa fare e come muoversi. Si sono attivati subito: mi hanno fatto sentire protetta nonostante la paura, sapevo che loro c’erano e stavano lavorando per me, per la mia libertà e il mio futuro”, sottolinea Manuela. “Ad oggi che forse questo incubo sta finendo, posso dire che ho vissuto mesi di solitudine”: Già: laddove ci si aspetta una mano per non cadere nel baratro, è mancata la solidarietà. Quella di un piccolo paese, dei vicini, degli amici, ma, soprattutto, quella del genere femminile che da più adito ai social e alle chiacchiere da bar o alla bocca della comare invece di andare dall’interessata a chiedere. Ignoranza? Probabilmente. Nonostante i fatti di cronaca tengano alta l’attenzione pubblica, Manuela in questi mesi è stata evitata da molte persone, quelle dalle quali si sarebbe aspettata almeno un gesto o semplicemente una frase, vivendo il suo dramma in solitudine. Quel “Come stai?” non è mai stato proferito, è stata evitata, si è creato un muro di silenzio. “La gente che conosci ti evita, ha paura, ma, soprattutto non c’è solidarietà tra donne. Oggi che tutto sta volgendo al termine e vedo finalmente qualcosa di positivo, voglio dire alle donne che non va bene tacere se si è vittima di un sopruso. Bisogna parlare, farsi forza e andare avanti. Perchè basta un gesto, anche da parte di una sola e le cose possono cambiare. E queste sono frasi che griderò a vita”. Chapeau Manuela. Da donna a donna: la mia mano sulla tua spalla ci sarà sempre. (Cristina Fiuzzi)

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