Un caldo sabato di esodo, 38 anni anni fa. Alle 10.25 del 2 agosto 1980, invece, un’esplosione alla stazione centrale di Bologna spezza nel sangue la tranquilla routine del rito delle vacanze: 85 morti e 200 feriti il bilancio finale della strage più sanguinaria nella storia italiana.
Il boato squarcia l’ala sinistra dell’edificio su piazza Medaglie d’Oro: la sala d’aspetto di seconda classe, il ristorante, gli uffici del primo piano vengono disintegrati.
85 morti e 200 feriti.
Nel ristorante-bar-self service perdono la vita sei lavoratrici, tra le vittime anche due tassisti in attesa di clienti. Ovunque lacrime, urla straziate, polvere che entra in gola e soffoca il piano disperato di passeggeri sotto choc che cercano di individuare amici e parenti. La vittima più piccola è Angela Fresu, appena 3 anni, e poi Luca Mauri, di 6, Sonia Burri, di 7, fino a Maria Idria Avati, ottantenne, e ad Antonio Montanari, 86 anni.
In pochi minuti arrivano decine di mezzi dei vigili del fuoco, polizia, carabinieri, vigili urbani, ambulanze, l’Esercito. Saltano le linee telefoniche e i primi cronisti giunti sul posto, per poter raccontare l’inferno di quei momenti, ‘espropriano’ la cabina dei controllori degli autobus sul piazzale, dove il telefono invece funziona. Cellulari e internet non esistono ancora. Anche il contributo degli autisti si fa determinante, quando di lì a poco un bus giallo e rosso della linea 37, la vettura 4030, nell’emergenza si trasforma in un improvvisato carro funebre per trasportare le salme alla Medicina legale, nella vicina via Irnerio. Alla guida si mette l’imolese Agide Melloni, autista trentunenne: “Mi chiesero di portare via i cadaveri con il bus. Dal mattino alle tre di notte, con i lenzuoli bianchi appesi ai finestrini. In ogni viaggio c’era con me qualche soccorritore, per sostenermi”. Le ambulanze servono invece per i vivi, distribuiti in tutti gli ospedali, dove rientrano in servizio medici e infermieri.
“E’ necessario accendere un faro su verità inconfessabili, perché le nuove generazioni hanno bisogno di conoscere la verità”. Così il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede nel suo intervento all’anniversario della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto .
“Per me è incredibile – dice rivolgendosi ai parenti delle vittime – che dopo che lo Stato si è dimostrato negligente per 38 anni, i familiari dimostrino ancora una volta di voler credere nello Stato, dando una lezione di civiltà che la politica non ha mai dato. Non saranno le mie parole di adesso a rassicurarvi, saranno i fatti a dimostrarvi che c’è un impegno dello Stato e che vi sta vicino nella ricerca della verità”.
“C’è un obbligo morale prima ancora che politico – ha aggiunto il Guardasigilli – che ci guida: giungere ad una verità certa, libera da zone grigie e sospetti. Questo è l’unico vero modo di onorare le vittime e realizzare le legittime e sacrosante richieste dei loro familiari”.




















