Nelle prime ore della mattinata odierna, nei comuni di Rimini, Riccione, Montescudo Montecolombo, Santarcangelo di Romagna, Bellaria, Borghi e Longiano, i militari dei Comandi Provinciali Carabinieri e Guardia di Finanza di Rimini stanno dando esecuzione ad un’ordinanza applicativa di misure cautelari personali e reali emessa in data 4 aprile 2019 dal G.I.P. del Tribunale di Rimini, su richiesta di questa Procura della Repubblica, nei confronti di 14 persone ritenute responsabili a vario titolo dei reati di falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atto pubblico fidefacente, frode assicurativa e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio.

Con il citato provvedimento è stata disposta l’applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di: un medico ortopedico in servizio presso il Pronto Soccorso Ortopedico dell’ospedale “Infermi” di Rimini; un assicuratore, residente in provincia di Rimini di 58 anni; un 36enne di origini campane, già noto alle forze dell’ordine per i suoi precedenti di polizia, tra cui tentato omicidio, porto abusivo di armi, truffa, associazione per delinquere finalizzata all’estorsione ed all’esercizio abusivo del credito; nonché il sequestro preventivo “per equivalente” di beni e disponibilità finanziarie per complessivi 413.000 euro nei confronti di 14 indagati.

Le indagini, avviate nel febbraio 2017 e durate fino al febbraio 2018, sono state condotte, sotto il coordinamento di quest’Ufficio, dai militari del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Rimini, in stretta sinergia con quelli del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza e delle Sezioni di Polizia Giudiziaria dei Carabinieri e della Guardia di Finanza in servizio presso questa Procura della Repubblica.

L’articolata manovra investigativa, supportata da intercettazioni telefoniche e video-ambientali, da mirati servizi di osservazione, controllo e pedinamento, dall’acquisizione di documentazione presso strutture pubbliche e private, nonché da sequestri eseguiti presso gli indagati, ha portato alla luce un radicato e ben collaudato sistema corruttivo, in essere almeno dal 2015 tra un medico ortopedico dell’ospedale Infermi di Rimini e un ex Broker assicurativo, finalizzato all’attuazione di numerose truffe assicurative poste in essere mediante plurime assicurazioni contratte dai clienti per i medesimi rischi/danni, così da conseguire illecite duplicazioni di indennità risarcitorie, il tutto grazie a certificazioni mediche di pronto soccorso compiacenti e false rilasciate dal predetto medico dietro corrispettivi in denaro o in beni di svariata natura, attestanti l’esistenza nell’assicurato di danni fisici rilevanti, al fine di fargli percepire indennità risarcitorie non dovute pari a migliaia di euro.

Sin dalle prime fasi delle indagini emergeva con chiarezza l’esistenza di uno stretto rapporto di collaborazione e di complicità truffaldina tra il medico del Pronto Soccorso Ortopedico ed il consulente assicurativo, che in passato aveva svolto la professione di Broker assicurativo, persona molto esperta in materia assicurativa/infortunistica.

Tale continuativo rapporto corruttivo tra i due indagati consentiva agli “infortunati” di ottenere, dietro pagamento di un “compenso”, una documentazione medica totalmente falsa nel caso in cui l’infortunio non si era mai verificato e le lesioni quindi erano inesistenti, ovvero compiacente nei casi in cui le indicazioni medico-sanitarie risultavano non veritiere (nelle diagnosi/prognosi/cure mediche praticate), così da certificare l’esistenza nel paziente di danni fisici più gravi rispetto a quelli effettivamente riportati, allo scopo di far ottenere all’assicurato indennità non dovute pari a migliaia di euro.

Le indagini consentivano di portare alla luce un collaudato “modus operandi” del medico e dell’assicuratore, caratterizzato da una serie di elementi comuni a tutte le pratiche assicurative, ovvero: tutti gli infortunati avevano il citato assicuratore come agente assicurativo, tramite il quale avevano stipulato svariate polizze relative al medesimo rischio; le possibilità economiche dei soggetti assicurati (poi interessati da sinistri) risultavano spesso assai modeste, se non del tutto assenti, a fronte di consistenti ed apparentemente inspiegabili investimenti nelle plurime polizze assicurative relative al medesimo rischio; i sinistri avvenivano nel semestre immediatamente successivo alla data di stipula delle polizze, che in alcuni casi, dopo la liquidazione, venivano anche disdette; la tipologia dei sinistri risultava essere spesso simile, ovvero cadute in bicicletta, cadute da sedie o sgabelli, cadute dalle scale, investimento o urtamento di pedone; la sistematica assenza dell’intervento dei mezzi di soccorso per il trasporto degli infortunati al Pronto Soccorso, a fronte di diagnosi e relative prognosi innegabilmente importanti; l’accesso al Pronto Soccorso Ortopedico avveniva quasi sempre direttamente, senza passare per l’accettazione (triage di pronto soccorso). A tal riguardo, le indagini consentivano di appurare che la visita presso il Pronto Soccorso Ortopedico veniva sistematicamente preceduta da contatti telefonici/sms tra i due indagati, così da fare in modo che i pazienti venissero visitati dal medico “compiacente”; la conoscenza (diretta o indiretta) tra le parti in causa, poiché spesso si rilevava che i testimoni dei sinistri erano amici dell’assicuratore.

Le intercettazioni video-ambientali eseguite presso gli ambulatori in cui presta servizio il medico di Pronto Soccorso Ortopedico consentivano di far luce su un vero e proprio mercimonio da parte del medico della propria funzione medico-sanitaria, con consapevole falsificazione, nei referti rilasciati, di dati diagnostici/terapeutici utili ai fini assicurativi, anche solo per ricevere piccole regalie, quali sigarette, formaggio, cappuccino, ovvero per assicurare al paziente l’esenzione dal ticket.

Di fondamentale importanza per le indagini risultava essere la perquisizione domiciliare effettuata presso l’abitazione dell’assicuratore, disposta da quest’Ufficio di Procura, nel corso della quale veniva posta sotto sequestro dalla polizia giudiziaria operante svariata documentazione comprovante le ipotesi di reato contestate agli indagati, nonché un “hard disk”, sul quale venivano disposte ed effettuate operazioni tecniche finalizzate alla copia forense del supporto informatico.

L’esame del materiale informatico evidenziava sin da subito la meticolosità dell’assicuratore nell’archiviare ciascun falso sinistro, evidenziando ancora una volta il collaudato “modus operandi” posto in essere dallo stesso con la complicità del medico specialista. In particolare si evinceva che quest’ultimo predisponeva la falsa documentazione sanitaria su incarico dell’assicuratore, il quale riusciva a moltiplicare i risarcimenti erogati dalle compagnie assicurative facendo sottoscrivere a ciascun cliente plurime assicurazioni per la copertura del medesimo rischio, sottacendo dolosamente tale circostanza, così da poter richiedere il risarcimento a tutte le assicurazioni interessate, in palese violazione di quanto disposto al riguardo dal codice civile.

L’analisi delle pratiche assicurative consentiva di individuare, oltre ai già citati aspetti ricorrenti nei vari sinistri, ulteriori circostanze anch’esse molto rilevanti in chiave truffaldina, come ad esempio la parola “progetto”, anteposta nel nome del file salvato sull’hard disk al nominativo del soggetto interessato dal sinistro stradale, termine chiaramente evocativo di una programmazione dell’infortunio del tutto incompatibile con il contratto di assicurazione, in cui ci si assicura contro un evento del tutto incerto.

In tali “progetti” si rilevava altresì la costante presenza, nelle note spese diligentemente elaborate dall’assicuratore, del nominativo del citato dottore, per il quale veniva sempre indicato il pagamento effettuato per il rilascio dei certificati medici dallo stesso redatti presso il Pronto Soccorso Ortopedico del nosocomio riminese, nonostante tutti gli infortunati fossero esenti dal pagamento di visite in emergenza presso qualunque Pronto Soccorso italiano, essendo regolarmente iscritti al Servizio Sanitario Nazionale. Tali dazioni di denaro in favore del medico, riscontrate anche dalle intercettazioni, variavano dai 250 ai 500 euro a referto.

Nelle citate note spese si rilevavano altresì pagamenti di somme molto rilevanti pagate da alcuni “infortunati” in favore dell’assicuratore per le consulenze, circostanza che risultava del tutto anomala e spiegabile logicamente solo se riconducibile ai dividendi della truffa spettanti all’indagato. Di tali pagamenti veniva, altresì, dato ampio riscontro anche grazie alle meticolose indagini finanziarie eseguite dalla Guardia di Finanza su conti correnti riconducibili all’assicuratore.

L’articolata manovra investigativa, supportata anche da episodi monitorati con intercettazioni video-ambientali, consentiva di poter accertare che il collaudato meccanismo, che partiva dalle false refertazioni per culminare in lauti risarcimenti assicurativi, non poteva fare a meno della costante, attiva e indispensabile collaborazione oltre che del medico e dell’assicuratore, anche dei vari pazienti, che rappresentavano i primi soggetti interessati a lucrare le somme liquidate dalle compagnie assicurative e che peraltro dovevano “recitare” la parte in tutte le fasi del procedimento finalizzato all’indebito risarcimento. Per tale ragione l’assicuratore, nelle citate cartelle “progetti”, provvedeva a redigere una dettagliata descrizione delle dinamiche dei falsi sinistri, nonché delle diagnosi, dei sintomi, dei dolori accusati, delle cure e delle terapie effettuate, in modo da preconfezionare agli assicurati un vero e proprio “manuale” da recitare innanzi ai periti assicurativi.

Il quadro probatorio ricostruito nel corso delle indagini ha consentito di portare alla luce una notevole professionalità di tutti gli indagati nella commissione dei reati contestati, che ha permesso di reiterare le condotte delittuose con modalità così abituale da rappresentare una vera e propria prassi lavorativa fonte di redditi illeciti, ponendo in essere falsi in atto pubblico, corruzioni e truffe connesse ad una lunga lista di falsi infortuni, determinando ingenti danni alle compagnie di assicurazione.

L’analisi della documentazione sequestrata all’assicuratore, unitamente alle risultanze dell’attività di intercettazione, consentiva di quantificare le somme illecite percepite dal dottore per l’emissione dei referti medici, i compensi dell’assicuratore per la realizzazione degli illeciti “progetti”, nonché gli ingiusti profitti conseguiti dagli assicurati, per un ammontare complessivo per oltre 413.000 euro, di cui come già detto è stato disposto il sequestro diretto, anche nella forma per equivalente.

Nel corso delle attività di intercettazione si evincevano altresì alcune conversazioni telefoniche significativamente sospette tra un medico di base e un avvocato del Foro di Rimini, nel corso delle quali quest’ultimo richiedeva il rilascio di una perizia comprovante lo stato depressivo di una sua assistita, che aveva in corso una causa civile di divorzio con l’ex marito, al fine di poter chiedere un aumento dell’assegno di mantenimento mensile dalla stessa già percepito. In particolare, l’avvocato chiedeva al medico di produrre un certificato che attestasse che la “paziente” era da lui in cura da due anni per disturbi di carattere psichico, certificazione che il dottore si rendeva disponibile a rilasciare pur non essendo la donna mai stata in cura presso il suo ambulatorio.

Il Tribunale di Rimini autorizzava gli inquirenti alla visione del fascicolo processuale relativo alla citata causa di divorzio, nel quale era effettivamente presente un certificato rilasciato dal medico, in cui lo stesso attestava che la donna da due anni era ricorsa alla sua consulenza per uno stato ansioso depressivo, causato verosimilmente dall’ex marito che non provvedeva adeguatamente al mantenimento dei figli. Per tale episodio i tre indagati dovranno rispondere, in concorso, del reato di falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità, con l’aggravante per l’avvocato di aver promosso ed organizzato la cooperazione nel reato dei correi.

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