“Un secolo è ormai passato dal forte terremoto che colpì decine di paesi della Romagna appenninica. Ricordare un terremoto distruttivo è quasi come ricordare una guerra perduta, e dovrebbe servire a riflettere su come vincere questo ‘nemico’, come difendercene in modo efficace”.
Queste le parole scritte sulla locandina di presentazione della conferenza “Il terremoto di Santa Sofia e dell’Appennino Forlivese”, in programma sabato 13 gennaio, alle ore 16, presso il Museo Geologico Giovanni Capellini a Bologna.
La relatrice, la prof. Emanuela Guidoboni, spiegherà che quella dei terremoti distruttivi è una storia assai lunga, ancora in corso, “ma ancora poco nota al di fuori degli addetti ai lavori”.
I risultati degli studi servono dunque per valutare la pericolosità sismica e il rischio, conoscendo l’attuale stato di vulnerabilità nei vari paesi. “Attraverso questi scenari si può comprendere meglio la storia del proprio territorio e delle sue interazioni con la sismicità, che fa parte stabile della vita della Terra”.
Il terremoto del 10 novembre 1918 (Mw 5.9) è uno dei quattro picchi di attività di una lunga e intensa crisi sismica, che coinvolse l’Appennino tosco-emiliano dal 1917 al 1920. Galeata, Santa Sofia, Civitella, San Piero in Bagno, allora centri agricoli e commerciali, e altri paesi del loro circondario subirono gli effetti di tre terremoti in tre anni: nel 1917, la cui area epicentrale è nell’Alta Val Tiberina; nel 1918, appunto nella Romagna toscana (oggi corrispondente alla provincia di Forlì) e nel 1919 nel Mugello (Appennino toscano).
I danni sismici si sovrapposero peggiorando il quadro di effetti dei singoli terremoti. Lesioni e crolli travolsero decine di paesi. Ci furono alcune decine di morti, relativamente pochi rispetto alle rovine, perché la fuga dalle case era avvenuta prima della forte scossa delle ore 16 c. locali. Furono migliaia i senzatetto, e tali rimasero per molto tempo, in un difficile dopoguerra caratterizzato da miseria e di ombre.
Un mese dopo il terremoto del novembre 1918, in dicembre, esondò il fiume Bidente: un fatto non inusuale dopo un forte terremoto, successo anche con il terremoto del 2012, quando è esondato il Secchia nel modenese, aggiungendo disastro a disastro. Collassarono con il patrimonio edilizio e monumentale anche le economie locali, già provate dalla guerra.
(Foto museo Cappellini)
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