Ruffilli fu ucciso il 16 aprile del 1988. Era un sabato. Quel giorno le Brigate Rosse arrivarono in corso Diaz a Forlì a bordo di un Fiat Fiorino delle Poste. Due postini suonarono al civico 116 con la scusa di dovere consegnare un pacco. In questo modo riuscirono a farsi aprire la porta dal senatore della Democrazia Cristiana che in quel momento era a casa da solo. Ruffilli era il consigliere di Ciriaco De Mita, presidente del Consiglio dei ministri, nominato tre giorni prima, dopo una serie di screzi, anche interni, alla Dc: aveva annunciato di avere incaricato Ruffilli di fare un progetto di riforme istituzionali.

I due postini, appena la porta si aprì la spinsero
e costrinsero il padrone di casa ad andare avanti fino nel salone dove fu fatto inginocchiare con la testa appoggiata al divano. Poco dopo la mitraglietta Skorpion 7.65 dotata di silenziatore sparò. Si è scoperto da poco che quell’arma era appartenuta al cantante Jimmy Fontana. Nel volantino delle Br trovato a Roma, successivamente alla rivendicazione, con una telefonata a Repubblica arrivata subito dopo il delitto, c’era scritto: “Sabato 16 aprile un nucleo armato della nostra organizzazione ha giustiziato Roberto Ruffilli, […] uno dei migliori quadri politici della DC, l’uomo chiave del rinnovamento, vero e proprio cervello politico del progetto demitiano, teso ad aprire una nuova fase costituente, perno centrale del progetto di riformulazione delle regole del gioco, all’interno della complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato…Brigate Rosse per la costituzione del Partito Comunista Combattente”.

I primi ad arrivare sul posto furono gli agenti
della squadra mobile. La notizia si sparse velocemente. La tranquilla Forlì rimase sotto choc. Le indagini erano dirette dal sostituto procuratore Roberto Mescolini. A Forlì arrivano i reparti dell’antiterrorismo da Milano, Roma e Firenze. I forlivesi che non avevano mai avuto a che fare con il terrorismo contribuirono in maniera determinante alle indagini tanto che si riuscirono a ricostruire il passaggio e le tappe dei falsi postini. La pista brigatista trovò conferma poco più tardi quando il poliziotto Claudio Di Marco ritrovò in via Valverde, a poca distanza, il Fiorino camuffato con le scritte delle Poste e un’impronta: era quella di un brigatista. Arrivarono i primi arresti. Dodici le persone rinviate a giudizio. Il processo si aprirà in Corte d’Assise a Forlì, due anni dopo, in un clima da stato d’assedio.

Il primo giugno del 1990
arrivò la sentenza con nove ergastoli: con Fabio Ravalli e Maria Cappello, la Corte condannò anche Franco Grilli, Stefano Minguzzi, Antonio De Luca, Tiziana Cherubini, Franco Galloni, Rossella Lupo e Vincenza Vaccaro. Le condanne saranno confermate in Appello. La Cassazione, il 29 novembre 1991, confermò l’ergastolo per i nove brigatisti: i capi Fabio Ravalli, la moglie Maria Cappello e Antonio De Luca; i due falsi postini Franco Grilli e Stefano Minguzzi; Tiziana Cherubini, Franco Galloni, Rossella Lupo e Vincenza Vaccaro, rete organizzativa di supporto al commando che da Roma giunse a Forlì.

Raimondo Baldoni

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.