di Franco D’Emilio
Prima hanno annusato l’aria, lasciato che altri andassero avanti e gettassero per primi il sasso, poi visto il clamore, la visibilità di tanta audace sfida all’attuale, anche per loro spregevole governo razzista in salsa leghista, il sindaco di Forlì ed il suo scudiero assessore al welfare, come novelli don Chisciotte e Sancho Panza di immaginarie, in questo caso pretestuose battaglie, sono partiti, lancia in resta, contro il decreto legge sulla sicurezza, voluto da Salvini, ministro dell’interno.
Stavolta, il mulino a vento, fantastico gigante dalle braccia rotanti, nemico dei nostrani emuli degli eroi di Cervantes, è una terribile, ignobile legge dello stato con tanto di firma del presidente della repubblica, comunemente citata col nome del suo ispiratore, appunto il cupo razzista persecutore Salvini.
Pastori di questo sparuto gregge di sindaci, trasgressori della legge, sono Leoluca Orlando e Luigi De Magistris, rispettivamente primi cittadini di Palermo e Napoli, subito supportati dai garzoni d’ovile: il cauto milanese Sala e il miracolato renziano fiorentino Nardella, anch’essi protagonisti di questo tragicomico “Vai avanti tu che mi vien da ridere” e imprudentemente dimentichi, visto il pedigree politico del palermitano e del partenopeo, del proverbiale adagio “Dimmi con chi vai ti dirò chi sei”.
Un amico, coriaceo “resistente” piddino, sconsolato scuote la testa nel sorbire un caffè: – Pugnette, pugnette ai grilli! Solo voti in più a Salvini! – e quasi fissa con timore il fondo della tazzina, nemmeno potesse leggervi la tragedia che alle trascorse disgrazie del PD se ne possano aggiungere altre.
Perchè svegliarsi ora? Eppure c’è stato tutto il tempo e lo spazio per contribuire prima alla definizione del decreto sicurezza!
Eppoi, una legge, intanto, si rispetta e si applica, fermo restando il diritto di ricorrere, nel frattempo, ad un giudizio di legittimità costituzionale.
Invece, si è messa in discussione l’avvedutezza, la saggezza istituzionale dello stesso capo dello stato: complimenti, davvero una bella cantonata, proprio una vicenda grottesca!
E i nostri forlivesi don Chisciotte e Sancho Panza?
Il loro è solo un colpo di reni, un guizzo improvviso per prendere fiato nell’imminenza della campagna elettorale per le prossime amministrative: il primo, prossimo alla fine mandato di primo cittadino, è da tempo scaduto al pari di uno yogourth insapore; l’altro, custode senza gloria e senza infamia del welfare forlivese, è in predicato, in mancanza di meglio, quale candidato sindaco PD, forse in corsa con l’immarcescibile ex sindaco di Dovadola e con la vestale segretaria territoriale dello stesso partito.
L’obiettivo dei nostri don Chisciotte e Sancho Panza, al pari di tutto il centrosinistra forlivese è uno solo: screditare gli avversari come disumani, intolleranti e razzisti, ignoranti e rozzi, proprio per questo, giorni fa, un carneade della vita pubblica forlivese criticava la cattolicità di Gianluca Zattini, candidato sindaco di Forlì per il centrodestra.
M’è subito venuto in mente un caso fiorentino: quello di un integralista cattolico che predicava tanto bene, ma era un affiliato massone, certo che, pur tutti sapendo, nessuno fiatasse: l’anima, si sa, è nelle mani di Dio, ma il presente, a volte, meglio garantirlo con squadra e compasso!
Quanti scheletri negli armadi!
Ed ogni scheletro, all’occorrenza, trova il suo don Chisciotte e il suo Sancho Panza!
