Resoconto dell’escursione con il gruppo CAI di Ravenna Forrest Gump
Partenza del percorso: Castel dell’Alpe, comune di Premilcuore, Valle del fiume Rabbi
Partire per un’escursione sull’Appennino Romagnolo, a volte può essere come un terno al lotto.
Sai quando entri nel bosco ma non quando ne uscirai.
Sono con il gruppo CAI Forrest Gump di Ravenna, del mio amico Benito Brandolini.
Ma dopo oggi, Benito sarà per me, per sempre Indiana Jones, altro che Forrest Gump con i suoi cioccolatini, noi abbiamo sfidato l’inimmaginabile, sormontando i lasciti della natura… una vera avventura.
Ma partiamo per gradi.
Alle 9,15 arriviamo a Castel dell’Alpe, una frazione a monte di Premilcuore.
Siamo in otto, tre donne, cinque uomini e… la Mila, la simpatica cagnolina di Aldo.
Ci incamminiamo giù nel bosco, Benito ha letto un racconto di Don Paolo Frassinetti, ambientato nella Valle del Poderina. Il racconto descrive questi boschi, le cascate, storie misteriose.
Andiamo alla ricerca dei luoghi di questa testimonianza.
Il sentiero che stiamo percorrendo, dopo il superamento di un rudere, ci conduce al Rio Forcone. Dobbiamo attraversarlo. Uno ad uno, aiutandoci con i bastoni, come acrobati, ci avvaliamo del passaggio-ponte creato da un tronco disteso sul letto del rio.
Divertente, ridiamo, ci facciamo le foto.
La cagnolina, invece sguazza nell’acqua. Beata lei che è così disinvolta.
Risaliamo la costa, ascoltando l’armoniosa sinfonia delle acque che scendono verso valle, finché ai nostri piedi ci ritroviamo una cascata spumeggiante e il fiume Rabbi.
Ora bisogna trovare un punto agevole per guadarlo. E non sembra una impresa così semplice.
Dopo qualche perlustrazione, individuiamo un punto poco scosceso per scendere all’argine e valutiamo la situazione.
Ci sono delle pietre senza muschio dentro al fiume, l’acqua va forte ma è bassa. Uno per uno ci togliamo gli scarponi e i calzetti. Gettiamo tutto dall’altra parte e attraversiamo.
Io vedo le stelle dal dolore… devo cantare per non pensare al gelo che sto patendo alle mie gambe.
Arrivo sull’altra riva che i piedi, da gelidi, cominciano a bollirmi: la reazione avversa, è quasi piacevole e sicuramente fa bene alla circolazione.
Dopo il guado, risaliamo l’altro versante, in direzione della Valle del torrente Fiumicello, verso le Case Concolle e Tre Fossi.
Il percorso, in salita, è abbastanza agevole. Lungo il sentiero trovo delle ossa di qualche animale, una mandibola, delle vertebre, forse appartenenti ad un capriolo. Trovo anche dei bei quarzi ialini appenninici.
Costeggiamo un rudere di una casa in pietra e scorgiamo delle pietre del demanio forestale, le quali segnalavano i confini fra le varie proprietà di un tempo.
Giunti sul crinale è ora di scendere per poi svalicare nuovamente e raggiungere il rudere Bramasole.
E qui comincia l’avventura, l’impresa non prevista della giornata.
I sentieri sono accidentati, alcuni perfino introvabili. Se ne è persa la traccia.
Il bosco che stiamo cercando di oltrepassare per individuare la strada che ci porti su, è invaso da alberi caduti, da ostacoli, da frane. Nei punti più in ombra c’è ancora qualche accumulo di neve.
È impossibile proseguire in sicurezza.
Sotto di noi ci sono soltanto dei canaloni, dei burroni, dei solchi asciutti di fossi. Camminiamo sulle foglie bagnate, è un continuo scivolare verso il basso, franando noi, con la terra, i rami e i sassi.
Benito si innervosisce, ma mantiene il sangue freddo. Tira fuori dallo zaino le corde.
Gli escursionisti più esperti si arrabattano per scavalcare le frane, i canaloni, per passare di traverso, senza l’aiuto delle corde.
Io e altri due dobbiamo farci aiutare.
Benito fa il nodo a “Gassa di Amante” e fa girare la corda all’albero a monte, poi scende a valle verso l’albero successivo, e ad uno a uno caliamo tenendoci saldamente aggrappati alla corda, mentre i piedi scivolano nel vuoto, spostando terra, foglie e ciottoli.
Una sequenza così, per 6/7 volte. Quasi un’ora. Non è faticoso per le braccia, ma per la testa: la tensione, il nervosismo, l’emozione, la paura.
Ce la facciamo, senza farci male. Ho solo un’unghia rotta.
Mi giro indietro verso i canaloni che abbiamo scavallato di traverso, albero dopo albero… mi rendo conto della pendenza. Benito mi dice che era all’80%. Caspita!
Il sentiero ritorna ad essere nuovamente percorribile.
Sono quasi le tre del pomeriggio.
Troviamo un rudere circondato da alberi di ciliegio ancora senza fiori.
Siamo in alto, quasi a 1000 metri sul livello del mare.
La natura quassù è indietro, è come se fosse ancora fine inverno. È tutta una primula, una viola, gli alberi caducifoglie sono ancora tutti spogli, con qualche accenno abbozzato di gemma primaverile.
E c’è la devastazione procurata dalle recenti nevicate di marzo, dal vento. E dall’incuria, perché nessuno si prende cura di questo territorio.
Ci riposiamo per mezz’ora, pranziamo con i nostri panini, ci rifocilliamo con acqua, frutta, cioccolato e anche con una pastiglia di magnesio-potassio, per rinforzare le gambe ormai stanche, per darci vigore.
Ripartiamo, dobbiamo trovare Bramasole.
Il GPS di Benito non rileva le tracce. Ci ritroviamo in un altro bosco. A guadare fossi, coi piedi nella melma, a passare sopra o sotto ai tronchi, a salire e scendere per trovare un percorso, a strisciare per non cadere, per non ruzzolare giù, a tenerci aggrappati ai rami, alle radici.
A inerpicarci su greppi pieni di ginestre, ad arrancare, con il fiatone, con le gambe che dicono basta, che sono diventate come colonne marmoree, semi-movibili.
Solo la vista di un fungo stranissimo, rosso vermiglio, ci dà una speranza, un po’ di colorito all’umore che sta diventando grigio.
E finalmente, arriviamo ancora in cima, a bramare il sole.
Bramasole!
Quassù, circondata da faggi, ciliegi e querce c’è la casa di Bramasole, ora un rudere devastato.
Si vedono le creste dei monti più alti delle Foreste Casentinesi, il Monte Falterona. In cima c’è ancora la neve.
Tutti ci chiediamo come abbia fatto chi abitava qua, a vivere in un posto così sperduto.
Quanto tempo ci voleva a raggiungerlo, come facevano le persone ad avere una vita sociale, di cosa campavano così isolati…
Dopo venti minuti di sosta e di meraviglia, è ora di scendere. Sono già quasi le cinque del pomeriggio.
La stanchezza è tanta, e comincia a sentirsi anche il calo della temperatura. Benito va a rintracciare un nuovo sentiero.
Ci tocca scendere attraverso un percorso non segnalato, schivando ginestre, pungitopi, altri tronchi caduti, rovi. Fatica psicologica più che fisica.
Arriviamo al Rabbi. Stavolta lo attraversiamo senza toglierci gli scarponi. Gli uomini del gruppo tirano dei sassoni dentro al letto del fiume per creare una sorta di guado improvvisato. E così, balziamo da un masso all’altro, con attenzione.
Andiamo verso monte e scopriamo i ruderi della Tenuta Poderina e una lapide insolita, dedicata a un ciclista che qui morì di infarto durante un’escursione. Il dipinto raffigurante un cane e alcuni versi poetici accompagnano il viaggio di questo sfortunato ragazzo.
Torniamo indietro imboccando un altro sentiero più elevato rispetto al fiume.
Benito deve accertarsi di una cosa.
Bisogna raggiungere la Pietra Forata. Un masso enorme che ha un varco, come una grotta. È giù al fiume. Dentro alla caverna Benito, un paio di anni fa, aveva lasciato un bussilotto con dentro un quaderno e una penna.
E un invito. “Chiunque passi di qua, per favore lasci un messaggio”
Beh, da due anni a questa parte, l’ultimo messaggio è del Gruppo Forrest Gump di Ravenna, cioè noi.
Benito scrive un messaggio a nome di tutti noi escursionisti di questa domenica strampalata per la Valle del Rabbi.
Ma il giro non è finito.
Ora bisogna scovare l’imbuto “sacro” del Rabbi, una confluenza di un rio verso il fiume, il punto dove Don Frassinetti faceva partire la sua traccia. Punto che noi non avevamo individuato quando abbiamo guadato il Rabbi all’inizio del percorso.
E lo trovano! Io aspetto su, non ce la faccio più.
L’ultimo chilometro è veramente duro, prima riattraversando il Rio Forcone sul tronco e poi risalendo con il cuore in gola verso la strada provinciale, lasciandoci alla destra il primo rudere incontrato quella mattina.
Usciamo dal bosco alle 19,45. Più di 10 ore di escursione, 19 chilometri percorsi, sfiniti ma appagati per l’avventura vissuta insieme, in amicizia, solidarietà e mutuo soccorso.
Perché tutti avevamo una mano tesa per gli altri, per aiutarci nelle difficoltà, per abbeverarci a vicenda se qualcuno aveva terminato l’acqua. È lo spirito CAI, quello che sento, vicinanza, comprensione, condivisione.
Perché, in fondo, queste escursioni servono soprattutto a creare gruppo e a stupirsi di quanta bellezza selvaggia ci circonda, basta solo avere il coraggio di sperimentarla, perseguirla, svelarla.
C’è, parte da dentro di noi e si sviluppa armoniosamente ovunque arrivi il calore del nostro cuore.
Chiara Dall’Ara








































