Un ‘Salvator Mundi’ di Melozzo da Forlì è saltato fuori dai depositi della Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia in occasione della mostra ‘L’altra galleria’, che ha aperto i battenti lo scorso 22 settembre. Si tratta di una scoperta straordinaria considerando che in giro ci sono appena una ventina di opere attribuibili all’artista (Melozzo degli Ambrosi, Forlì, 1438 – 1494).
La scoperta è stata casuale
E’ la rivista Finestre sull’Arte (https://www.finestresullarte.info/948n_scoperto-nuovo-melozzo-da-forli-a-perugia.php) che rivela che lo storico dell’arte Gabriele Fattorini, specialista del quattrocento e allievo di Luciano Bellosi, ha confermato che si tratta di un’opera coperta da successive ridipinture, e per tal ragione si pensava fosse stata eseguita nel quarto decennio del Cinquecento da un anonimo pittore raffaellesco.
«Quando ho visto questo dipinto nella sua griglia, nei depositi della Galleria Nazionale dell’Umbria – ha raccontato a Finestre sull’arte Fattorini – ho chiesto di farmelo vedere e mi è sembrato un dipinto di grande qualità, anche se molto, molto rovinato. Ho così chiesto un parere al direttore, Marco Pierini, dicendogli che secondo me era il caso di restaurarlo, in modo da vedere cosa ne venisse fuori, perché a me sembrava che potesse essere opera riferibile a una mano importante del secondo Quattrocento».
Il restauro è stato poi puntualmente condotto, dalla restauratrice Francesca Canella. Si trattava di un’opera sottostimata, ha spiegato lo studioso. “Viene infatti da Palazzo Pontani”, un antico edificio quattrocentesco nel centro storico di Perugia. “Il problema è che i dipinti di Palazzo Pontani furono staccati nel corso dell’Ottocento (anche con stacchi di qualità non eccezionale), finirono nella Galleria e furono tutti riferiti, in virtù dell’epoca del ciclo principale di una sala, agli anni Trenta del Cinquecento, e furono etichettati come opera di un pittore raffaellesco degli Trenta del Cinquecento. Occorre dire che il ciclo principale di Palazzo Pontani non è un qualcosa di straordinario, ma quest’opera non c’entra nulla con quel ciclo, è evidente, perché se la si guarda si comprende che è proprio completamente diversa”. Nel corso dei secoli, il dipinto che adesso si attribuisce a Melozzo subì dei rimaneggiamenti che lo alterarono in modo pesante. “Ma una volta restaurato, in occasione della mostra”, continua Fattorini, “le ridipinture dei vecchi restauri ottocenteschi o anche successivi, che tendevano a farlo assomigliare a un’opera cinquecentesca e raffaellesca, sono state rimosse, ed è pertanto emersa una pittura molto molto più luminosa, una pittura di un maestro che aveva visto Piero della Francesca, che da Piero aveva mosso per prendere poi una sua strada personale. Quindi, premesso che probabilmente viene davvero da lì, da Palazzo Pontani (ma per questo bisognerà fare ulteriori ricerche), c’è da capire se in qualche fonte del Seicento-Settecento il dipinto viene ricordato, magari non con l’attribuzione a Melozzo. Ma io credo che su quel nome si possa puntare, nonostante lo stato di conservazione non eccezionale dell’opera. Ne ho ragionato anche con Marco Pierini e con altri amici”.
Scoperta scientifica
«La scoperta di un Melozzo nei depositi della Galleria Nazionale dell’Umbria – ha dichiarato il direttore Pierini alla rivista specializzata– è una scoperta straordinaria, perché non solo acquisiamo un’opera di grande qualità, anche se in condizioni di conservazione modeste, ma perché prefigura la presenza a Perugia, probabilmente tra gli anni Settanta e Ottanta del Quattrocento, di uno dei massimi pittori del Rinascimento italiano. Quindi apre anche una pista di ricerca tutta da battere per gli storici dell’arte nei prossimi anni».
Biografia e vita di Melozzo Da Forlì (Italia 1438-1494)
Una delle opere di Melozzo da Forlì (Settemuse.it)Il suo percorso pittorico comincia come allievo del maestro giottesco Baldassarre Carrari, ma ebbe modo anche di frequentare Giovanni Santi, padre di Raffaello.
Melozzo si dedica presto alla pittura, un documento del 1461 lo definisce “Melotius pictor” ed il biografo Vasari pur non dedicandogli una delle sue “Vite”, sostiene che “fu molto studioso delle cose dell’arte”.
Per coltivare il proprio talento, guadagnarsi il pane e la gloria, il giovane artista lascia la città natale per Rimini,e poi per Padova, sulle tracce dei pittori che prima di lui stavano creando la grande scuola del Rinascimento italiano: Alberti, Piero della Francesca a Rimini e Mantegna a Padova.
Ma è a Urbino nella raffinata corte umanistica dei Montefeltro, dove si danno convegno i maggiori ingegni dell’epoca da Francesco Laurana a Donato Bramante e Luca Pacioli, dai fiamminghi Berruguete e Giusto di Gand, da Paolo Uccello a Piero della Francesca, che il pittore di Forlì plasma il suo linguaggio
Assimilato lo stile di Piero della Francesca, Melozzo compone le sue opere partendo da un impianto solenne rispettando rigorosamente la prospettiva, aggiunge audaci scorci dal basso, unendo la profondità dello spazio allo splendore e alla naturalezza delle figure, secondo la tecnica del Beato Angelico.
Piero della Francesca intorno al 1460 introduce il giovane Melozzo a Roma nella corte pontificia dove in breve raggiungerà i vertici della sua arte, affrontando grandiose imprese, diventando “pictor papalis” del pontefice Sisto IV della Rovere.
La prima di tali imprese è l’affresco dell’abside della chiesa dei Santi Apostoli, per il cardinale Pietro Riario, nipote del pontefice, che raffigura l‘Ascensione di Cristo in un cielo terso, lucente d’azzurro e di ori, angeli musicanti, attorniato degli Apostoli, tra prospettive audaci e inediti scorci illusionistici che lasciano stupefatti i contemporanei e le future generazioni di pittori.
Purtroppo di quel grande affresco non restano che quattordici pezzi divisi fra il Palazzo del Quirinale (Cristo in gloria) e la Pinacoteca Vaticana (le figure di Angeli e Apostoli) i soli sopravvissuti alle modifiche dei secoli.
Nel 1477 Sisto IV gli commissiona un affresco commemorativo della nascita della Biblioteca Vaticana, illustrante il papa e la sua corte mentre ricevono l’umanista Bartolomeo Platina in veste di primo direttore dell’istituzione, che Melozzo realizza egregiamente.
Nel 1489 il pittore è ancora a Roma per completare il lavoro nell’abside della Chiesa dei Santi Apostoli e realizzare il mosaico della Cappella di Sant’Elena nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, con Gesù benedicente attorniato dagli evangelisti, in cui il pittora utilizza elementi della pittura bizantina.
altro affresco memorabile la decorazione di una delle sacrestie monumentali del grandioso santuario pontificio, la Basilica della Santa Casa di Maria, a Loreto, di cui decora l’interno della cupola con figure ed elementi architettonici che sono un capolavoro di sapienza prospettica e di bellezza ideale che, per ragioni misteriose, non venne completato, forse perchè conteso dalle varie corti italiane.
A Roma Piero della Francesca esegue su incarico di Girolamo Riario, anche lavori in veste di Architetto per ricostruire un palazzo a Roma, edificio che oggi è noto come Palazzo Altemps; sempre su commissione del Riario progettò altri palazzi ad Imola e Palazzo Riario a Forlì.
Ad Ancona, nel 1493, realizzò la decorazione di alcuni soffitti del Palazzo Comunale, poi rientra a Forlì e accetta di decorare, con l’aiuto del suo allievo prediletto Palmezzano, la cappella gentilizia della famiglia Feo nella chiesa di San Biagio.
La cappella fu il suo ultimo capolavoro.
Morì a Forlì l’8 novembre del 1494.








