di Franco D’Emilio

In una sua intervista dello scorso 30 gennaio su FORLiTODAY sorprende e delude Jacpo Morrone, noto esponente e parlamentare leghista della Romagna forlivese.

Sorprendono, infatti, alcune sue battute che deludono l’elettorato leghista, ancora fermo e consapevole nella sua recente scelta di voto, antagonista del fronte Bonaccini.

Nonostante l’evidenza, come l’ampio voto leghista e, più in generale, del centrodestra emiliano-romagnolo abbia sottolineato il valore dialettico di una precisa proposta elettorale, ben distinta per principi, finalità e metodo, ora Jacopo Morrone smorza, attutisce questa peculiare diversità propositiva e lo fa sul terreno della gestione del potere ovvero della rappresentanza politica della Romagna nella composizione della prossima giunta regionale.

Sul totale dei 50 consiglieri regionali eletti Jacopo Morrone evidenzia la ridotta elezione di soli 9 membri nelle tre provincie romagnole contro i 41 espressi, invece, dalle sei provincie emiliane, matemicamente benericiarie, così, di 6/7 consiglieri a testa.

Ebbene, su questa disparità il parlamentare leghista si contraddice e, poi, pasticcia, suscitando fondate perplessità nel suo partito: prima, auspica giustamente, in proposito, la riforma della legge elettorale regionale perchè sia più equa e aderente alla realtà dei territori; poi, imprevedibilmente, cala la “briscolina” di una compensazione, così egli la definisce, del gap rappresentativo della Romagna, dichiarandosi disposto a spendersi “solo con una persona che ha competenze e curriculum, come il professor Claudio Vicini”, appunto il candidato cesenate non eletto della Lista per Bonaccini, che il centrosinistra non esclude, comunque, di chiamare come assessore esterno alla sanità.

Subito questa inattesa disponibilità di Morrone mi richiama il flashback di trascorsi tempi di inciuci e pratica consociativa, dietro i quali sempre si celano operazioni e intenti politici poco trasparenti, magari con reciproci vantaggi delle parti contrapposte.

Perchè mai il leghista Morrone avanza una simile proposta, quasi un soccorso alle difficoltà di Bonaccini, ora presenti nella composizione della giunta, nella ricompensa dei suoi candidati “giubilati”, nonostante le tante preferenze ricevute, tra questi lo stesso prof. Vicini, infine, nell’assegnazione di un assessorato, tanto importante e politicamente pesante, quale, appunto, quello della sanità?

Forse, per il salviniano Morrone il campanilismo romagnolo può bastare a giustificare una corresponsabilità leghista nella scelta di un assessore, spettante al fronte avversario?

Il vinto, dunque, partecipe delle scelte del vincitore?

La cosa non convince, muove l’idea di motivi sotterranei.

Conviene, poi, farsi carico di tale corresponsabilità ora che nel post elezioni Bonaccini parla già di incrementare i finanziamenti alla sanità privata e fa marcia indietro su tante promesse elettorali?

E, ancora, come giustificare la maldestra proposta “morroniana” a quegli elettori che, ad esempio, hanno riconfermato in regione il leghista Massimiliano Pompignoli, apprezzandone la campagna elettorale avversa a Bonaccini e al centrosinistra?

Davvero stupisce questo esordio di Jacopo Morrone, “caldarrostaio” improvvisato per cavare le castagne dal fuoco altrui.

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