Esiste un’altra Italia che troppo spesso ignoriamo, più inclini a lamentarci o a biasimare, non senza valide ragioni, ciò che abbiamo intorno e che per pigrizia tendiamo a far coincidere con l’intero orizzonte.

Esiste un’Italia pressoché inviolata in cui di notte ho sentito cantare i grilli, non solitari e malinconici come nei parchi cittadini, ma in un concerto smisurato e ubriacante da orchestra sinfonica a ranghi pieni. Ho visto le stelle. Ma non quei puntini smorti, sbiaditi, difficili persino da scorgere nei nostri centri abitati pervasi di luce, dove una coltre vischiosa e ormai illacerabile si è frapposta tra noi e la volta celeste. No, ho visto proprio le stelle del firmamento, chiare, nette, raggianti, che ricamano un’interminabile trine di figure sulla curva maestosa dell’universo; e che soltanto in Africa mi è capitato di ammirare con quello stesso nitore che sgomenta, così vicine e incombenti per la nostra mente riarsa di risposte. Ho visto persone sorridermi senza conoscermi, solo perché ero presente e un incontro non è mai vano. Ho visto farfalle gialle e marroni danzare sotto il sole intorno al mio corpo, per tenermi compagnia lungo un tratto di strada polverosa illudendomi di una leggerezza che non mi appartiene più.

E il luogo dove tutto ciò avviene, questo angolo dei miracoli, si trova a neanche tre quarti d’ora di macchina da Rimini, nel Montefeltro, oltre il Marecchia e il Conca, già nella valle del Foglia, in territorio dunque marchigiano, se mai sia possibile marcare un confine politico a un paesaggio cantato persino da Dante. Un sito che non teme rivalità, più denso e segreto di arcana bellezza della stessa vicinissima Toscana.

L’ho raggiunto percorrendo nastri di seta che si distendevano sotto le ruote, guidando lentamente fra morbide ‘appoggiate’, planando nel verde e nell’azzurro, traforando il silenzio. Senza incrociare altro che rarissimi viaggiatori, nei giorni più congestionati dell’anno quando l’intero parco automobilistico nazionale si avventa sugli asfalti creando code ed ingorghi da ‘bollino nero’. Di tale follia neppure la più flebile eco.

Dopo Urbino, mi avevano detto, prosegui per Macerata Feltria, poi per Frontino. Ma superata Carpegna svolta alla seconda indicazione, non alla prima, e dopo qualche centinaio di metri troverai una freccia: Country House Le Querce. Prendi quella direzione lasciando la provinciale, è una comoda strada che scende verso la vegetazione più fitta, supererai una casa sulla destra e affidandoti alla rapida china, senza neppure accorgertene, ti troverai di fronte alla locanda. Locanda? Un nome promettente, goldoniano. Dove c’è una locanda c’è una locandiera. Troppe favole tutte in una volta, mi ripiego da buon naufrago cittadino sul mio telefono portatile, rivolgo a chi mi risponde una domanda impegnativa, di sapore esistenziale: “Sono arrivato?” “Certo che sei arrivato, ti vediamo. Parcheggia lì dove sei; ti andrebbe un buon caffè?”.

Locanda Le Querce

E’ iniziato così il mio soggiorno alla Country House: nome più evocativo del semplice bed & breakfast, in onore dei tanti britannici che costituiscono ormai la clientela più affezionata; prendono un volo da Heathrow, noleggiano un’auto all’aeroporto di Forlì e alle quattro del pomeriggio sono già spariti nel verde, camminatori instancabili, amanti della natura meglio di Lady Chatterley (alla quale oltre ai boschi piacevano in particolare i boscaioli).

La castellana mi scende incontro per la breve piaggia che porta alla terrazza esterna prospiciente l’ingresso; esiste dunque davvero, e che locandiera! Si chiama Federica, per gli amici Fedi. E’ lei che ha messo insieme questa meraviglia, dove vive tutto l’anno – e ospita tutto l’anno chi ha un improvviso, irrinviabile bisogno di una boccata di ossigeno, di un coro di grilli, di un cielo di stelle. Vi alloggia insieme ai suoi due giovani figli maschi, amabili colossi belli quanto lei: Ludovico e Riccardo.

Federica Crocetta, zodiacalmente Vergine nata il 3 settembre, è figlia – per chi ricordasse il nome – di Alberico Crocetta fondatore del Piper, celebre locale romano di via Tagliamento culla della nostra beat generation e di Patty Pravo. Laura in architettura a Venezia, designer a Milano di mobili e di interni, di tessuti e di arredi da giardino. Sposata a ventun anni con un marito che lavorava a Urbino, funzionario amministrativo; avevano una piccolissima casa a Frontino, e l’incantesimo del Montefeltro ha seguito il suo corso. Quando Crocetta padre scompare, Fedi eredita un dammuso a Pantelleria ma non ha tentennamenti, lo vende.

Ha adocchiato un rudere con granaio a margine di una macchia boschiva, 600 metri sul livello del mare, all’interno di quell’enclave che diventerà il Parco Naturale del Sasso Simone e Simoncello. Lo compra e con i soldi che rimangono inizia i lavori di ristrutturazione; ha già in mente distintamente l’intero recupero, prepara i progetti, li presenta. E’ il periodo degli incentivi turistici, degli aiuti per il rilancio del territorio che si svuota, abbandonato dalla popolazione; la Regione Marche approva il progetto e riconosce un finanziamento a fondo perduto pari a metà della spesa. E’ il 1994, nel 1998 i lavori sono finiti, nel 2000 apre la locanda. Il granaio è stato risistemato ed ora ospita sei camere doppie perfettamente arredate. Nell’edificio originario, oltre all’appartamento padronale, sono ricavate due comode suite. Inizia l’avventura.

Purtroppo le cose col marito non vanno bene. Fedi presto resta sola nel suo castello incantato. Ma la fata è lei e non teme l’orco, non ce ne sono in Montefeltro. Tira su i suoi figli da sola, li manda a scuola e sono entrambi bravi, d’estate le danno una mano e nel tempo libero scorazzano con gli amici fra i paesini della valle su Api rombanti – non ridete, qui è il mezzo più ambito, si organizzano persino gare con motori truccati e costosissimi! – godendo la spensierata e breve stagione dell’adolescenza prima dell’università.

Federica Crocetta

E la locandiera ammalia i suoi ospiti che una volta conosciuto il resort non resistono a starne lontani, ritornano estate e inverno, primavera e autunno. “Qui ogni stagione è bella – si illumina Fedi – non ce n’è una meglio dell’altra, anche se per me la primavera arriva sempre esaltante con il rifiorire della vegetazione, la natura che si risveglia, i colori vivaci…” Lei è una appassionata delle erbe che non ha mai smesso di selezionare per tingere le stoffe, la sua specialità. Trasforma le sue competenze in programmi creativi; conduce i gruppi di escursionisti alla scoperta delle piante, a riconoscere soprattutto quelle gustose da assaporare. Una sua iniziativa si chiama “Il prato nel piatto”, un’ altra: “Verde mangiare”. Occasioni irripetibili per vagare su strade e percorsi del Montefeltro: “Una collana di piccole meraviglie. Qui da noi la natura è regina, ma non sono meno preziosi gli scrigni d’arte, dalle rocche di Francesco di Giorgio Martini agli affreschi di Piero della Francesca.”

E’ stato difficile avviare l’impresa?
“Meno di quanto pensassi. C’è Internet, ma ancora più importante è stato il passaparola degli amici, i miei primi clienti.”

Chi viene?
“Siamo la meta prediletta degli inglesi, ospiti civilissimi, perfetti, i meno impegnativi. La Toscana è satura e qui i prezzi sono impareggiabilmente inferiori.”

Gli italiani?
“Sono ormai tanti: gli amanti dell’avventura, chi ancora cerca luoghi da scoprire. Un target ristretto, noi non vogliamo un turismo di massa. E tutti possono portare con sé cani e gatti.”

Permanenza?
“Tre, quattro giorni, un lungo week-end. Ma c’è anche chi rimane tre settimane.”

Lasceresti mai questo posto?
“Neanche per sogno, come potrei star meglio, ho tutto ciò che desidero: due cani, tre gatti, due figli, due rumeni (una coppia che la aiuta) e un riminese (il nuovo compagno).”

Soffri mai di solitudine?
“Sì, quando si rompe una tubazione e l’idraulico impiega due giorni a farsi vivo.”

I clienti vengono anche con la neve?
“Eccome! Specialmente le coppiette clandestine e romantiche.”

Vorrei raccontarvi dei mobili in stile, retaggio della nonna e della zia cantante lirica, riadattati con un gusto infallibile per l’arredamento. Decantarvi la cena: ma è possibile saziarsi di cibi tanto ghiotti con una spesa così irrisoria? E gli amici che trovi nel luogo: sembra il giardino delle Esperidi, chi mangia un frutto staccato dal melo, chi legge il giornale sdraiato, chi più energetico si diletta di trekking. E la mattina a colazione: non sai da dove cominciare, tante sono le leccornie disposte sulla tavola. Un cucchiaino alla volta ho ripulito a puntino la mia ciotola di marmellata di albicocche. Fatta in casa naturalmente.

Gianfranco Angelucci

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