Circa 75 anni fa, dopo l’ accerchiamento sovietico a Stalingrado delle truppe tedesche del maresciallo Von Paulus, a metà dicembre del 1942 una nuova offensiva russa a sud del Don travolgeva, oltre che forze tedesche e rumene, sei divisioni italiane male armate ed equipaggiate che iniziarono una disordinata ritirata. Invece a nord il nostro corpo d’ armata alpino, con le divisioni Julia, Cuneense e Tridentina insieme alla divisione di fanteria Vicenza, tenevano il fronte, coprendo la ritirata di altri reparti. Solo a metà gennaio del 1943, al termine di una eroica resistenza, anche gli alpini ricevevano l’ ordine di abbandonare le posizioni, dopo che i russi avevano sfondato ai lati dello schieramento le linee tenute da truppe tedesche e romene.

Anche per gli alpini cominciava la tragica ritirata tra la neve e il gelo, con duri combattimenti durati fino al 31 gennaio ’43, quando la colonna degli italiani, dopo lo sfondamento delle linee sovietiche a Nikolajewka, uscì dall’ accerchiamento.
Il bilancio fu terrificante: in un mese e mezzo di combattimenti, tra morti, dispersi o prigionieri, gli italiani avevano perso circa 95.000 uomini. A fine guerra rientrarono in Italia solo poco più di diecimila soldati prigionieri perché la gran parte di loro aveva perso la vita nelle terribili marce nella neve verso i campi di prigionia, a temperature rigidissime senza adeguato vestiario, vittime di esecuzioni sommarie, della mancanza di cibo, decimati dalle malattie. Il resto dei morti lo fece il durissimo regime dei campi di prigionia dei sovietici, almeno nei primi mesi.
Anche la Romagna, ai tempi della coscrizione obbligatoria e della Seconda Guerra Mondiale, è stata terra di arruolamento di un certo numero di alpini; sul sito web della sezione bolognese-romagnola della Associazione Alpini sono riportati gli elenchi forniti dall’ Associazione reduci di Russia (UNIIR) che documentano il tributo di sangue versato dagli alpini romagnoli sul Don. Quelli che non tornarono furono 92; il gruppo più numeroso di caduti è stato quello del territorio cesenate (30) seguito dagli alpini del forlivese (28), quindi quelli del territorio ravennate (23), infine le penne nere del riminese (11). La maggior parte apparteneva al 3° reggimento di artiglieria alpina della divisione “Julia”, unità che perse il 52% degli effettivi; gli altri romagnoli erano inquadrati in unità della divisione “Tridentina”(41% di perdite), della “Cuneense” (74% di caduti!) e in altri reparti come l’ 8° e il 9° reggimento (Julia), il 104° reggimento di marcia alpina e la 422° sez. alpina cc. I due terzi di loro risultò dispersa, forse caduti in combattimento tra dicembre e la fine di gennaio senza che i corpi fossero recuperati e identificati o deceduti nelle terribili marce della morte verso i campi di prigionia.
Gli altri morirono per privazioni e malattia in lager dai nomi tristemente noti come Oranki, Tambov, Krinowoje, Uciostoje e tanti altri. Tra coloro che non sono più tornati che figurano in questa lista di caduti il più anziano è Nello Amadori, nato il 5.1.1911, del 3° reggimento di artiglieria alpina, nativo di Premilcuore, disperso. Il più giovane risulta essere Egisto Mingozzi, anche lui del 3° alpini, di Civitella di Romagna, morto il 13.2.43 nel campo di prigionia di Krinowoje: aveva compiuto vent’ anni al fronte la vigilia di Natale del 1942, mentre infuriavano i combattimenti.
Paolo Poponessi