Ha creato un certo fermento la notizia pubblicata da un quotidiano italiano e rilanciata da media televisivi anche ben oltre confine. La notizia, se davvero un qualche elemento di informazione vuole trovarsi nel pezzo, è indubbiamente legata alla perniciosa esigenza di ingenerare stupore e scalpore ad ogni costo, esigenza che muove certi media di discutibile spessore. Non che non sia vero che San Marino sta attraversando un periodo che ha pochi uguali nella propria storia recente, ma è altrettanto vero che è stato necessario introdurre lo spettro della longa manus di paesi invisi a certa informazione becera per colorare una fotografia originale che, per quanto modesta, avrebbe lasciato indifferenti anche i più attenti. Non è un caso, infatti, che la recente emergenza sanitaria abbia prodotto guasti importanti in molti paesi, ma di situazione di emergenza si trattava, per quanto radicata su un processo di trasformazione di questa repubblica che può dirsi epocale. Eppure non sempre trasformazione è sinonimo di male. Cosa del tutto priva di fondamento, viceversa, è l’ipotesi che il debito pubblico che San Marino si appresta ad offrire ai mercati finanziari possa essere lo strumento per l’acquisto del paese o della sua sovranità. Solo chi non conosce i mercati finanziari può credere a certe scempiaggini ed ha fatto bene il Congresso di Stato a stigmatizzare ciò che al massimo può definirsi lancio pubblicitario. Eppure ingredienti utili per condire un piatto altrimenti scarno ve ne erano a profusione. Chi ha una minima conoscenza dei mercati finanziari conosce lo standing di JP Morgan (la società incaricata di collocare l’emissione del nuovo debito pubblico sammarinese) e conseguentemente non può dubitare delle capacità di un soggetto di tale livello di assicurare un’alta probabilità di successo, ma la questione non è il debito, come già nelle scorse settimane abbiamo scritto su queste pagine. Ottenere soldi, per uno Stato sovrano, non è così difficile. Forse più complicato è spenderli nel modo più giusto per ottenere un rilancio dell’economia che stenta a fuoriuscire dal pantano di una crisi che il Covid ha solo aggravato, ma che trova origine nel trascorso reputazionale del paese che ancora non è riuscito a ripulirsi dai guasti del segreto bancario, delle interposizioni fittizie, della volontà di essere, senza indulgenza, refugium peccatorum. Chiedere aiuto e sostegno anche finanziario a chi è in grado di offrirlo è tutt’altro che un segno di debolezza – ed ammetto che tale massima possa provocare ben poca curiosità nel pubblico desideroso di sangue e sofferenza – soprattutto perché un paese così piccolo sarebbe certamente in grado di offrire prospettive di rilancio quasi entusiasmanti, se solo lo si volesse. La vera notizia è l’assenza di notizie. L’assenza di una prospettiva di rilancio che abbia fondamenta che prescindano dal debito per fondarsi sulla ricchezza. Quella si che sarà una notizia succosa che potrà soddisfare anche gli appetiti più morbosi. Aspettiamo quel momento con religiosa trepidazione.
Giacomo Ercolani
