Il Congresso di Stato ha recentemente approvato il progetto di Bilancio previsionale per l’anno prossimo. Il capitolo di spesa è dedicato al disavanzo ed alle esigenze di liquidità, in buona sostanza, la spesa corrente, quella parte di spesa che dovrebbe essere normalmente finanziata con le entrate correnti, cioè le tasse. Quando la spesa corrente è finanziata con debito le entrate non sono sufficienti a coprire le uscite ed occorre quindi ricorrere al credito. Tradotto in maniera banale, ma comprensibile a tutti, si è speso troppo. Apparentemente la recente gestione della finanza pubblica dovrebbe essere giudicata in maniera negativa, ma non tenere nella dovuta considerazione il dettaglio delle spese e le condizioni in cui tali spese sono state sostenute sarebbe un esercizio superficiale che porterebbe a considerazioni affrettate e talvolta non esatte. Spesso accade che le scelte di politica economica vengano adottate semplicemente copiando altri paesi che decidono di far fronte al debito per affrontare periodi di crisi come quella attuale. Non dimentichiamoci, infatti, che la crisi determinata dalla pandemia che ancora stiamo sopportando ha provocato danni molto ingenti nelle tasche degli stati e dei cittadini, e non solo per gli ingenti costi per la macchina della sanità. Moltissime sono le attività economiche che hanno subito danni talvolta mortali ed una risposta immediata che sostenesse le attività maggiormente colpite dalla crisi pandemica era necessaria per immaginare una rapida risalita a fronte della rapida discesa che l’economia mondiale ha vissuto nel 2020. Molti stati, a partire dagli USA, nonché la stessa Europa, hanno adottato scelte di indebitamento straordinarie che dovevano favorire la rapida risposta alla crisi che i necessari provvedimenti di contrasto alla pandemia avevano causato. Come tutti sanno il debito non costituisce di per sé un problema, laddove ci siano risorse in grado di ripagarlo in un tempo ragionevole. Ma quale è il tempo ragionevole? Fino a quanto uno stato si può indebitare? Esiste un limite? Sono domande cui è difficile dare risposta, sia perché non tutti gli stati sono uguali, sia perché le condizioni di capacità di produzione della ricchezza sono anch’esse suscettibili di modificazioni anche importanti nel tempo, proprio a causa, fra l’altro, delle crisi impreviste. Laddove, infatti, fosse possibile immaginare una distribuzione del debito nel tempo senza che alcuno ne pretenda il pagamento se non in misura ridottissima e con una frequenza molto comoda, lo spazio dell’indebitamento sarebbe pressoché infinito, almeno per gli stati. Se, infatti, una persona fisica ha una prospettiva di vita finita che non sempre può essere allungata dai discendenti, uno stato non finirà mai (almeno con la prospettiva di noi occidentali). Quindi uno stato può indebitarsi ipotecando la vita delle persone che ancora non sono nate? Certo! Avviene continuamente. La fame di consumo sembra essere inestinguibile. Quando e come tale condizione di ebbrezza finanziaria possa condurci ad un punto di saturazione non è facile da stabilire. D’altra parte è viceversa facile immaginare che le possibilità tecniche ci consentiranno di ottenere sempre di più e che, inoltre, il gioco cui stiamo giocando noi con i nostri figli e nipoti possa proseguire anche con loro, in tal caso a danno dei loro discendenti e così all’infinito. Il problema, pertanto, semplicemente non esiste, pare. Possiamo continuare ad indebitarci quanto meno fino a quando i creditori acconsentiranno ad allargare i loro cordoni. Gli squilibri della finanza sono certamente molteplici e complessi, in particolare da quando tutti possono prestare soldi a tutti (o quasi), ma ogni tanto qualcosa succede ed allora paesi anche più grandi di San Marino si sono trovati a dover affrontare creditori molto agguerriti che hanno preteso pagamenti rapidi e la reputazione del debitore, lo stato, è peggiorata molto rapidamente ed è diventato molto più complesso accedere a nuove risorse. Gli scenari possono essere tanti, è alcuni possono apparire non del tutto entusiasmanti. Se sappiamo che non è semplice incentivare lo sviluppo di un paese piccolo come San Marino, dobbiamo sapere altrettanto bene che le prospettive non crescono sugli alberi.
Giacomo Ercolani
