di Franco D’Emilio

Anche quest’anno ho cercato di fare ancora gli auguri, ma mi sono sentito ipocrita, solo simulatore di buoni sentimenti adesso che c’è davvero poco, anzi nulla da augurare in questo Natale così diverso perché tanto disperato.

Da sempre il Natale è festa di speranza, attesa del bene, in senso teologico di rinnovata fede nella vita eterna, ma tutto questo presuppone condivisione, concordia tra gli uomini fuori da ogni egoismo: invece, incombe la pestilenza di un virus col divieto persino della stretta di mano o dell’abbraccio per quello scambio di un “segno di pace”, di serenità, utile per aver fiducia e sperare.

Nel maggio scorso, sempre incalzante questa maledetta epidemia, il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, aveva detto che si poteva sopperire con lo scambio di un sorriso, ma ora, dopo tutto il tiremmolla, il saliscendi del disastro sanitario, chi riesce ancora sorridere all’altro?

Il nostro sguardo, appena emergente dalla mascherina, ormai non incontra più quello altrui, soltanto lo segue per starne a giusta distanza, compreso quello di amici e parenti, anch’essi nel novero di potenziali “untori”.

In questo Natale, anziché portatori di valori e tradizione, siamo soprattutto probabili veicoli virali con la vita oscillante tra la positività o la negatività all’infezione: inevitabile, dunque, la paura dell’altro, un risorgente egoismo che, a volte, pure con un amaro, anche cinico “mors tua vita mea” manifesta appieno solo l’istinto umano di conservazione.

Ci siamo illusi con gli “andrà tutto bene” o i “non passerà” oppure cantando sui tetti, quasi presuntuosamente convinti della nostra vittoria su un male improvviso che non ci appartiene, ma, in realtà, solo cocciutamente ostinati a non riconoscerci colpevoli di questa stessa peste: che il virus preesistesse o sia uscito da un laboratorio per manomissione dell’uomo, poco importa, al massimo può alimentare sterili polemiche, quando, ormai, i buoi sono scappati dalla stalla, invece importa che il virus abbia trovato spazio, vigore nelle ferite di una natura quotidianamente violentata, inquinata, deturpata dall’umanità.

Ancora una volta stupidamente, come spesso sono gli errori umani, noi tutti abbiamo sbagliato e tradito quel “a sua immagine e somiglianza” che ha ispirato la creazione dell’uomo, disperdendone intelligenza e ragione, spirito e saggezza: ciò vale per ciascuno di noi come per ogni comunità e, ancora di più, per chi ci governa e dispone con tanta insipienza.

Ora ci ritroviamo soli, infelici, disperati di poter perdere tutto, pure la vita, consapevoli dei versi di Quasimodo “Ognuno sta sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.”: nell’era digitalizzata e globale, fuori, però, da ogni dimensione virtuale, con l’epidemia crescono la povertà e la fame, diminuisce il lavoro, barcollano l’educazione e il sapere, insomma crolla l’umana certezza.

Eppure, c’è ancora chi crede di esorcizzare, allontanare tanta precarietà epidemica con il rito natalizio delle luminarie, dei jingle, della buona e ghiotta tavola, una ritualità oggi quasi assurda, irreale, diciamo pure grottesca perché solo forzata, “grande abbuffata” di festa ad ogni costo.

Sinora abbiamo sbagliato, peccato di superbia sul nostro reale valore e merito, ci siamo illusi che tanto nostro sapere, tanta nostra scienza e tecnologia fossero l’anello principale della catena che regge il mondo, soprattutto non ci siamo più chiesti cosa vi fosse oltre: dobbiamo, invece, adesso più che mai, tornare a cercare oltre l’ultimo anello e difendere l’ordine del creato, stabilito da “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Per tutte queste considerazioni quasi vorrei che quest’anno Gesù restasse in cielo, lontano da Betlemme, mettendoci alla prova se capaci di sbrogliarcela da soli da questo guaio del Covid19: Cristo rinascerà lo stesso nel cuore di chi lo cercherà con umiltà e impegno.

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