5 aprile 2020 Oggi è la domenica delle Palme. Si festeggia l’ingresso di Cristo a Gerusalemme una settimana prima della Pasqua. In questa occasione Gesù fu accolto da una folla osannante che agitava rametti di ulivo e rami di palma. Sono gli ultimi giorni di Cristo e mai come quest’anno sapremo apprezzare la domenica successiva, il giorno della Resurrezione. Ne abbiamo bisogno tutti, perché, come mi diceva un amico ieri, non se ne può più. Cristo, attraverso la sua Passione, si è fatto carico di un corale e secolare “non se ne può più”. Non è cosa da poco e gli atei, non meno dei credenti, lo sanno. Ma questo giorno di festa io l’associo a un episodio di quando ero bambino. Non avevo più di nove/dieci anni e stavo tornando a casa dopo la messa. Strada facendo, ebbi probabilmente qualcosa da ridire con un bambino più grande, il quale, infuriato, mi prese a frustate con dei rami di ulivo. Un simbolo di pace era diventato in pochi secondi uno strumento di guerra. Passo oltre e riapro come capita Souffle esprit. “Secondo Cheng Chi per dipingere un uccello bisogna partire dal becco. Si disegna prima di tutto la parte superiore del becco e, a partire da lì, si passa al naso e agli occhi. In seguito si disegna la parte inferiore del becco, poi la testa e la gola. Poi si ritorna sulla parte superiore per completare la nuca e il dorso, le ali e la coda. Si riprende la parte inferiore per completare petto, ventre e gambe. Ci si servirà di un pennello sgranato per disegnare le piume e di un inchiostro particolare per le ali.” Siamo solo a metà dell’opera, ma è sufficiente per fare qualche considerazione. Questo popolo che ha rifilato a tutto il mondo il Flagello ha una marcia in più. Sta affrontando la pandemia meglio di ogni altra nazione, come se avesse alle spalle una civiltà superiore che lo sostiene. A parte questo, mi verrebbe da dire che l’incontro con il reale può avvenire in due modi: può bastare un colpo d’occhio, oppure bisogna armarsi di pazienza affrontando l’oggetto con delicatezza e precisione assoluta. In analisi, un’interpretazione ben fatta ha il valore di un incontro con il reale. A volte non viene dall’analista, ma da qualcun altro che fa parte di una costellazione esistenziale più allargata. La psichiatria sta scomparendo, diceva Jean Oury, a causa di ideologie semplicistiche e, come vediamo in questi giorni, a causa di manovre finanziarie insensate. Un grande psichiatra catalano, Francois Tosquelles, diceva che la resistenza all’analisi istituzionale supera la tradizionale resistenza analitica. Siamo tutti alienati socialmente e bisogna fare un grande sforzo per avere accesso a ciò che specifica il lavoro psichiatrico. Marx proponeva la nozione di “lavoro negativo”, non calcolabile e quantificabile. Lo vediamo in questi giorni: non verrebbe mai in mente a un infermiere di rifiutarsi di svolgere alcuni compiti perché non rientrano nel contratto sindacale, ma non appena si sarà usciti dal Flagello certe rivendicazioni ritorneranno in auge e si dimenticherà la magia di questi giorni. Del lavoro negativo di Marx non importerà niente a nessuno. Ma lasciamo perdere, siamo già abbastanza provati per amareggiarci il sangue con queste previsioni. Ieri ho seguito su Rai5 un programma interessante dedicato a un musicista di Barletta, che se ho ben capito vive a Trani, meravigliosa città di mare, che prima dei dominatori spagnoli aveva conosciuto un periodo aureo sotto Federico II di Svevia. L’Imperatore amava la diversità ed era ben felice di non perseguitare la piccola comunità ebraica. Il musicista ha rilasciato una delle interviste più toccanti che mi sia mai capitato di ascoltare. Seduto accanto al suo pianoforte, ha rivelato che esiste un patrimonio musicale incredibile, di cui non si sa nulla, composto nei periodi di segregazione nei campi di concentramento tedeschi. Compiendo uno sforzo immane, finora ne ha recuperato il 5%. Si sente solo in quest’impresa. Si legge sul suo volto una grande stanchezza ma sotto c’è una forza incredibile. Cosa ne sarà della “musica” di questi mesi? Cosa rimarrà? Sicuramente qualcosa, basti pensare al Manzoni e alla sua peste, così attuale dopo quattro secoli. Non esiste solo un’archeologia del sapere, c’è anche un’archeologia dei sentimenti. Leggere, andare al cinema e a teatro sicuramente ti risveglia, ma questi giorni ci fanno capire che, chi più chi meno, siamo lontani dagli strati archeologici della psiche, dove non c’è solo l’Inno alla gloria di Beethoven, ma si può ascoltare, se si porge l’orecchio, una Musica Altra.

Ugo Amati

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