Accusato di aver ucciso la moglie, Manuela Teverini e condannato a 20 anni, Costante Alessandri fa appello. I suoi avvocati contestano le motivazioni del giudice per le udienze preliminari di Forlì che nel gennaio scorso, a distanza di 19 anni dalla scomparsa della donna, pronunciò la sentenza. Gli avvocati del cesenate contestano l’impianto accusatorio.

Dopo 19 anni dalla scomparsa di Manuela Teverini dalla casa di Capannaguzzo, una frazione di Cesena, Costante Alessandri, marito della donna – il cui corpo non è stato mai trovato – è+ stato condannato a 20 anni di reclusione per omicidio e occultamento di cadavere, il 18 gennaio scorso. Il processo si è svolto col rito abbreviato davanti al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Forlì, Giorgio Di Giorgio.
Il pubblico ministero Filippo Santangelo aveva chiesto la condanna all’ergastolo, ma il giudice ha escluso l’aggravante della premeditazione e, partendo dalla pena di trent’anni, ha applicato la riduzione di un terzo per il rito abbreviato. Gli avvocati difensori Carlo Benini e Silvia Brandolini ora hanno presentato il ricorso in appello.
LA VICENDA
Tutto si è fermato a quel 5 aprile del 2000, il giorno che ha segnato la definitiva scomparsa della donna dalla sua abitazione di via Mariana a Capannaguzzo, dove viveva col marito e con la figlia di quattro anni. Alessandri, il marito, riferì che la sera del 5 aprile si sarebbe addormentato accanto alla figlia e che quando si era svegliato alle 7 del mattino, entrando nella camera da letto, avrebbe notato l’assenza della moglie. Il letto era ancora intatto e in casa non mancava nulla. Nel garage però non c’era l’auto. Quindi, in un primo momento, si pensò che la moglie, con la quale aveva avuto una discussione la sera prima, fosse uscita in piena notte, come aveva minacciato di fare. Oppure che si fosse recata al lavoro di buon’ora. Cinque ore dopo uno dei fratelli di Manuela Teverini notò la sua Fiat Uno blu parcheggiata nei pressi della stazione di Cesena.