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I ponti del mio presente: escursione al Rio Cavo, Rivoschio Vecchia, Valleripa – Valle del Borello

 

Terra, acqua, piedi, gambe

Sforzo, energia che si ricrea dalla fatica stessa

Occhi, mani, naso, pelle, orecchie, gusto che si esalta nel provare su me stessa questa rigenerazione

Ore che scorrono, come scorre il fiume.

Scendono a creare il mio mare dei ricordi

Ma questi ricordi sono frutto del presente, li ho assaporati pienamente, mi ci sono immersa con tutti i sensi, li ho affrontati nelle difficoltà, ne ho gioito nei momenti rilassanti, nella scoperta, nell’avanzare verso qualcosa di nuovo. Nel mistero e nella fascinazione che mi porta a contemplare un monte, un torrente, una cascata, un bosco, una pioggia scrosciante, un prato, i fiori, un sentiero ripido, i resti del lavoro umano, gli animali che mi si presentano davanti o che ascolto in meraviglia infantile.

Se vai con Benito Brandolini del gruppo Forrest Gump di Ravenna, è questo che trovi: emozioni!

E la nostra domenica è stata un turbinio di emozioni, condite anche da sorprese, da nuove amicizie, da accompagnatori vivaci e curiosi, a cui dare un nome. Un battesimo nella Natura.

Ma andiamo per gradi.

Con Benito e gli altri escursionisti ci troviamo in piazza a Borello, alle otto del mattino.

Stavolta siamo in pochi, solo in quattro. Con noi c’e anche Camilla, la simpatica cagnolina di Benito.

Andiamo fino alle pendici dello strapiombo di Linaro. Parcheggiamo e iniziamo la nostra passeggiata.

 

Appena attraversiamo il ponte sul torrente Borello, ci viene incontro un cagnolino meticcio di colore nero. Comincia a fare le feste a Camilla e si aggrega al nostro gruppo.

Dopo qualche centinaio di metri imbocchiamo il sentiero che costeggia il Rio Cavo.

È un affluente del Borello. Lo risaliamo agilmente, anche grazie alla miriade di ponti che sono stati approntati da tanti volontari di Linaro, ai quali ha dato un piccolo aiuto economico il Comune di Mercato Saraceno.

Ogni ponte ha una sua caratteristica, alcuni sono caduti a causa di frane e piene e si sta procedendo al loro ripristino.

Il più suggestivo è il Ponte di Yoghi. I volontari si sono avvalsi di un grosso albero caduto sul fiume e hanno costruito su di esso tutto il resto della struttura.

Non sono riuscita a tenere il conto dei ponti attraversati, ma probabilmente più di venti.

Ponti

Oggi ne ho attraversati più di 20.

Mi sono soffermata su ognuno di essi.

Ho sentito la brezza del passato che mi veniva incontro e passava alle mie spalle mentre avanzavo su quelle passerelle in legno.

Ho sentito la consapevolezza del presente che mi pervadeva, mentre andavo avanti godendo dell’attimo che fugge, ma che è l’unico tempo che viviamo con certezza.

Ho visto l’oltre, l’incerto che attimo per attimo si materializzava, per diventare prima presente e poi subito dopo passato.

Un ponte… un passaggio fra passato e futuro, per assaporare veramente il presente, l’emozione di esserci e di essere la persona più importante per te stesso.

Il ponte, metafora per vedere quello che conta nel momento stesso in cui lo vivo

Lungo la risalita del Rio Cavo abbiamo dovuto fare anche delle piccole deviazioni, a causa di frane che ostruivano i sentieri. 

In uno dei tanti passaggi per arrivare alla strada principale, Benito ci ha fatto notare una parete che è senza dubbio un muro costruito dall’uomo. Dall’alto sgorga dell’acqua che va ad alimentare il torrente.

Secondo dicerie del luogo, sembra che dietro quel muro ci sia un deposito di armi della Seconda Guerra Mondiale. La cosa potrebbe essere anche veritiera, visto che in questa zona della Valle del Borello erano attivi i gruppi partigiani e anche gli avamposti tedeschi. Chissà?! Magari un giorno qualcuno potrà chiarire la vicenda e andare a vedere cosa si nasconda lì dietro.

Finiti i ponticelli, continuiamo, superando cascate e dighe naturali sul fiume ed arrivando nel punto più bello: la cascata di quasi 15 metri, fragorosa, con una gran portata di acqua. Un posto idilliaco, da lasciarci il cuore. Non ci sono altre parole per descriverlo, bisogna andarci e sperimentare le proprie emozioni lì sul luogo.

Saliamo ancora, superiamo un altro ponte, questa volta in pietra, ad arcata unica. Questo è un ponte più antico. Poco più su vediamo un serpentello che attraversa il sentiero. È verdastro, uno di quelli innocui.

E finalmente usciamo dal bosco. Siamo in un prato fiorito di giallo, di viola. E in fronte a noi ci sono tanti alberi di ciliegio e una struttura agricola sostenuta da tronchi e coperta da lamiere.

La raggiungiamo per fare merenda. I due cagnolini sono vispi e anche loro affamati. Ci girano intorno come bimbi bisognosi di cibo ma anche di affetto. Diamo un nome al nostro ospite che continua a seguirci, anzi, a volte ci indica pure la strada. Lo chiamiamo Black!

Non facciamo in tempo a finire la nostra frutta che dal cielo si riversa al suolo uno scroscio di acqua impressionante. Per fortuna siamo qua, riparati. L’acquazzone si protrae per quasi un’ora. Visto che è mezzogiorno passato, decidiamo di fare anche il picnic, così, quando ripartiamo dopo che ha smesso di piovere, abbiamo già pranzato.

Saliamo per la strada carrozzabile e arriviamo al borgo abbandonato di Rivoschio Vecchio, in comune di Sarsina. È sorprendente perlustrare questi ruderi, affacciarsi all’interno delle case, sentire ancora una parvenza di vita rurale delle persone che hanno dovuto abbandonare le proprie origini. Questi posti, per me, hanno qualcosa di magico, come se vedessi la gente indaffarata a vivere le proprie giornate in armonia con la natura.

Ripartiamo e saliamo una carrareccia per raggiungere il sentiero che conduce a Valleripa, un’altra delle nostre tappe. Ora fa caldo, è sbucato fuori il sole e dal suolo sale una gran umidità. Io sudo, ne sono contenta… sto spurgando le tossine che rimedio quotidianamente nella vita cittadina. Sicuramente queste camminate mi fanno bene alla salute, oltre a rigenerarmi nello spirito.

Arrivati in cima, camminiamo sul crinale. I due cagnolini sono sempre più vivaci, ma nelle loro scorribande si sono imbrattati per bene. Sono diventati dei fagotti di fango, soprattutto la Camilla. Ne ridiamo, pensando a Benito che dovrà portarla sicuramente alla toilettatura per ridarle un po’ di decenza.

Vedendo i panorami sui due versanti, studiamo le cartine per capire dove siamo. Individuiamo il punto: siamo incastonati fra la Valle del Borello e quella del Bidente. Quassù è tutto un fiore, soprattutto ginestre ormai fiorite… e che profumo!

Dobbiamo scendere per un sentiero molto ripido, ma la pioggia lo ha reso un accumulo di fango scivolosissimo. Meno male che abbiamo i bastoni per aiutarci a non cadere. Comunque, anche noi umani non siamo da meno rispetto ai cani: infangati, scorticati, graffiati, percossi dalle ortiche.

Arrivati giù, prendiamo la direzione per Valleripa. 

Camminando, sento tanti uccellini cantare melodiose armonie. Fischietto anche io e loro rispondono al mio richiamo. Ne sono entusiasta.

Subito dopo incontriamo la Cappella della Trasfigurazione e un casolare abbandonato ma ancora in ottime condizioni. È circondato da maestosi cipressi sui quali saltellano degli scoiattoli.

 

 

Scendiamo ancora fino al Monastero di Valleripa. Qui c’è la chiesa, un convento e un cimitero. Suono un paio di volte la campana per chiamare le suore ad aprirci la chiesa, ma non c’è nessuno.

Il posto è circondato da un meraviglioso giardino di erbe officinali e fiori primaverili. C’è pace e silenzio, si respira armonia.

Il nostro giro è ormai al termine. Scendiamo per la strada principale e ci ritroviamo al punto di partenza, sul ponte del torrente Borello.

Black corre via.

Incontriamo due ragazzi e gli chiediamo informazioni su questo cagnolino che ci ha tenuto compagnia per tutto un giorno. Appartiene alla famiglia che abita oltre il fiume e si chiama Pepe.

Finalmente sappiamo il nome, ma per noi sarà sempre il dolce ed avventuroso Black!

Che dire? Riparto verso Cesena con una sensazione di leggerezza, la solita la cui presenza non mi stanca mai.

Non è la leggerezza del corpo, quella non può essere. Sono dolorante, nei piedi, nelle gambe. Abbiamo fatto quasi 18 km e 650 metri di dislivello.

È un altro tipo di leggerezza che è difficile da decifrare. Proviene dalla profondità del mio essere, è risvegliata da questa immersione nelle meraviglie del creato. 

A pensarci, è tutto così talmente semplice, da generare un moto di commozione per ogni segnale che individuo in ogni cosa che mi circonda e che, se presto attenzione emotiva, vedo, scorgo, ne sono partecipe. Innamorandomi sempre più di questo percorso che è la vita!

Chiara Dall’Ara 

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