Ieri pomeriggio avevo un appuntamento per le 19 in un bar di Cesena.
Salgo in centro un paio di ore prima, per ritagliarmi un po’ di tempo per me stessa.
Entro in Biblioteca Malatestiana, mi siedo, leggo, scrivo. E compio l’ormai immancabile gesto consuetudinario, automatico.
Frugo nella borsa per prendere il telefonino, per vedere se ci sono messaggi, post, chat, per sfogliare la bacheca di FaceBook.
E, sorpresa, il telefono non c’é. Panico!
Faccio mente locale e mi accorgo che l’ho lasciato a casa in ricarica.
Mi dico che in fondo, per un po’, non sarò distratta e mi concentrerò sulle mie scritture. E così è accaduto.
Finché non è venuto il momento dell’incontro.
Vado al bar, all’orario pattuito, chiedendo l’ora in giro, perché non porto l’orologio da polso ormai da un paio di anni, affidandomi sempre al telefonino.
Sono puntuale. Ma la persona che devo incontrare, non c’è.
Comincio ad elaborare congetture mentali.
E se mi ha telefonato sul cellulare per dirmi che arriverà in ritardo o che all’ultimo momento non può venire?
Che faccio? Senza il cellulare non posso né chiamarla né essere raggiunta.
Aspetto, quasi mezz’ora.
Senza l’esistenza del cellulare, sarebbe stato un gran bidone oppure solo un gesto da persona maleducata che non trova il modo di avvisare (con il telefono fisso, di persona qualche ora prima, attraverso altre persone, oppure al limite, chiamando al bar…) che sarebbe arrivata in ritardo.
Con il cellulare siamo sempre giustificati, ma lo dobbiamo sempre avere con noi, per farci trovare, per controllare, per farci controllare, per escogitare una scusa in extremis, per non farci dire “sei uno che da’ buca”, “sei un maleducato che non ha rispetto della puntualità e del tempo degli altri”.
Con il cellulare abbiamo sempre una spiegazione pronta per ogni nostro cambiamento dell’ultimo istante.
Oramai è giusto così, siamo entrati in una dimensione di velocità del tempo che non può più tornare indietro.
In questo frangente, decido di aspettare, perdendo il mio di tempo nel dubbio del “viene o non viene?” “Mi avrà telefonato per cambiare orario o posto?” o per dirmi che non riusciva più a venire?
Con queste prospettive, chi è il maleducato? Io che non ho il mezzo per essere sempre rintracciabile o lei che cambia i programmi stabiliti e pretende che io accetti o che debba aspettarla per una mezz’ora in più?
Ormai, alle 19.30 decido di tornare a casa, certa che appena recuperato il telefono avrei visto un suo messaggio dove mi diceva che non poteva venire, o che ritardava o che era andata in un altro bar e mi aspettava lì.
E che al messaggio seguiva una chiamata, dove si sarebbe sincerata che avevo compreso il cambiamento, in quanto, non avendo il telefono, non avevo avuto la possibilità di rispondere al messaggio.
E sarebbe stato il passaggio corretto, l’educazione dal tempo del cellulare.
Ti avviso con messaggio, non rispondi per dire che va bene, ti chiamo all’orario dell’appuntamento concordato in precedenza per avvisarti a voce che ti avevo mandato un messaggio per avvisarti del cambiamento. Così sono a posto.
E io, mi sarei pure dovuta scusare per essere stata così sprovveduta a non avere con me il telefono.
Ma, eccola, entra nel bar.
Ti avevo mandato un messaggio, poi ti ho chiamata, ti stiamo aspettando da mezz’ora nel bar di fronte”. Pressapoco come immaginato nella mia testa!
Così, alla fine, non c’è stato alcun bidone, nessuna maleducazione.
Solo un telefono lasciato a casa.
Solo un imprevisto
Solo una cosa non programmata.
Solo un evento di cui non sai la fine.
Solo la libertà dal controllo.
Solo l’impegno di due persone (una che aspetta, l’altra che cerca) per non far sfumare un incontro.
Solo consapevolezza che debbo prendere le cose che vengono senza controllare ogni volta tutto con gli strumenti che sono potenti, ma che devono essere usati con parsimonia, con un po’ di distanza forse, perché ci stanno plasmando, soprattutto nelle relazioni umane.
Devo essere libera, soprattutto dalle aspettative generate da un mondo che vuole controllare tutto: tempo, spazio, persone, sentimenti.
Non c’è più spontaneità.
È un bene tutta questa programmazione?
Cosa ci ricorderemo fra 10 anni?
Quella volta che avevamo un appuntamento ed eravamo in trepidazione e abbiamo subito una delusione cocente perché per qualche motivo siamo stati bidonati e non avvisati? Io situazioni così le ricordo, anche di 25 anni fa!
O quella volta che tutto si sarà svolto con un programma ormai standardizzato, da A a B attraverso una linea retta così fredda e geometrica?
Così perdiamo la possibilità di avere una memoria futura, perché siamo stati repressi nel presente, nel sentimento, nell’emozione dell’imprevidibilità.
Chiara Dall’Ara
