Francesco Mario Agnoli, magistrato in pensione già componente del Consiglio Superiore della Magistratura, forse è uno storico scomodo. Da Ravenna dove vive si è impegnato senza timori reverenziali in una opera di ricerca storica, confutando miti e ricostruzioni più oleografiche che reali della nostra storia nazionale.

A partire dall’età napoleonica in Italia, Agnoli con alcuni suoi saggi ha riscoperto l’ epopea delle insorgenze antifrancesi, non semplicemente episodi di brigantaggio, come furono ideologicamente e frettolosamente classificate dalla storiografia “ufficiale”, ma vere rivolte di popolo tese a difendere un patrimonio culturale e religioso minacciato dal giacobinismo d’ importazione francese. Altro mito indagato in profondità da Agnoli è quello risorgimentale; oltre a mettere in evidenza il carattere elitario del Risorgimento e, nel suo compimento, la subordinazione al disegno centralista sabaudo, ha condotto una appassionata ricerca su una delle pagine “nere” della storia nazionale, quella della repressione sanguinosa del cosiddetto brigantaggio nel Meridione, in realtà ribellione spontanea ad un modello di stato unitario percepito totalmente estraneo dalle masse del Sud Italia. In qualche modo al mito del Risorgimento e al processo unitario si ricollega l’ ultimo lavoro di Agnoli appena uscito per la casa editrice riminese “il Cerchio”: Maggio 1915. Come gli italiani furono costretti alla Prima Guerra Mondiale”.

Già nel titolo si esplicita la tesi dell’ autore e cioè che l’ Italia fu trascinata nel conflitto da una elite di uomini di governo appoggiata sì da una  minoranza politica di destra,  ma, anche da una minoranza rumorosa interventista di sinistra  composta da radicali, socialriformisti, repubblicani e fuoriusciti socialisti come Mussolini. Tutto questo avvenne, secondo Agnoli, con un ruolo non secondario della massoneria, in un disegno di “republicanizzazione” europea, per affermare definitivamente il ruolo dello Stato Nazione. D’ altronde, per queste elite  politico-culturali tra Ottocento e Novecento lo stato nazione era una meta irrinunciabile, il termine di un percorso di popoli civili: l’ anomalia da abbattere erano infatti gli stati multinazionali, gli imperi. Con la dichiarazione di guerra a perdere sarà la maggioranza degli italiani che sono perlopiù cattolici o socialisti, insieme a qualche esponente liberale come Giolitti, ben consapevole della tragedia imminente.

Il futuro dell’ Italia originato dalla partecipazione alla Grande Guerra, secondo Agnoli, invece che essere la definitiva consacrazione dell’ unitario Stato Nazione italiano sarebbe stato quello dell’ ingigantimento delle divisioni all’ interno del paese: tra laici contro cattolici, governo contro popolo, contadini tutti mandati al fronte contro operai “imboscati” esentati dal servizio militare perché necessari a fare funzionare le fabbriche. Così l’ Italia andò alla guerra sulla spinta della minoranza interventista della quale furono componenti entusiasti intellettuali  come Gentile, Papini, D’Annunzio, Marinetti che proclamava la guerra “sola igiene del mondo”. Come osserva acutamente Agnoli , questi uomini di cultura erano  un singolare mixage di razionalismo, irrazionalismo, romanticismo, decadentismo, pampsichismo, avanguardismo, individualismo estetismo narcisismo, superomismo storicismo e nazionalismo”, esponenti di una cultura orientata al nichilismo, presaga di morte. Del resto D’ Annunzio cantava la guerra  come” la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”. “Beati i giovani assetati e affamati di gloria perché saranno saziati” declamava il Vate: peccato che una moltitudine di ragazzi  in grigioverde sarebbero rimasti per sempre  sulle rive dell’ Isonzo, sull’ Adamello o sul Grappa.

Così il contagio dell’ idea di Stato Nazione trascinò alla guerra l’ Italia anche se era già nota la dimensione della spaventosa  ecatombe in atto dall’ estate del 1914 sui campi di battaglia europei, uno scenario di sangue definito dall’ inascoltato papa Benedetto XV “il più tetro forse e il più luttuoso della storia dei tempi”. Chi per le sue prerogative poteva salvare il paese dal massacro della guerra, vale a dire il re, non lo fece, più che altro assillato dalla preoccupazione di non perdere il trono, come sottolinea Agnoli. Così gli italiani precipitarono nell’ inferno delle trincee, in una lunga e durissima guerra che tra morti, feriti e mutilati fece oltre un milione di vittime. Il soldato italiano non fu esposto solo alla violenza del nemico ma rimase sottoposto ad una ferrea disciplina per costringerlo a combattere in condizioni terribili. E’ significativo che, per inquadrare giustamente il mito di quella che alcuni storici definirono la IV Guerra di Indipendenza, Agnoli chiuda il suo lavoro con un capitolo che riguarda le misure di disciplina, le fucilazioni, le decimazioni con le quali governo e generali obbligarono spesso i soldati italiani a combattere senza risparmiarsi; così, assai spesso, i nostri fanti andarono all’ assalto  spinti dalle baionette e dalle mitragliatrici dei carabinieri. E’ questa una vicenda con la quale l’ Italia ufficialmente fatica ancora oggi a fare i conti.

Paolo Poponessi

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