Ad un mese di distanza dall’inizio del processo del prossimo febbraio per l’uccisione della diciottenne pakistana Saman Abbas, il cui corpo è stato ritrovato dopo più di 500 giorni interrato in una buca nelle campagne novellaresi, tanti rimangono gli interrogativi a cui si fa fatica ancora a dare una risposta. Chiediamo il parere a tre esperte di reati contro la persona: la criminologa dott.ssa Maria Rosaria Palmigiano, la psichiatra forense dott.ssa Matilde Forghieri e l’avvocato penalista Maria Larossa. Dott.ssa Palmigiano, poco dopo la scomparsa di Saman, grazie ai fondi messi a disposizione dall’artista Paolo Montanari e da alcune aziende locali reggiane, è stata tra le prime ad occuparsi della vicenda e ad organizzare con il conduttore un convegno sul tema, coinvolgendo membri della comunità pakistana.

Che idea si è fatta di questo terribile femminicidio? Intanto la ringrazio per utilizzare questo termine, perché è proprio di femminicidio di cui dobbiamo parlare, pur consapevoli che il codice penale non lo prevede e che rimanda al codice 575(omicidio). Femminicidio: uccisione di una donna in quanto donna. Questa triste vicenda riporta alla mente altri due femminicidi risalenti a qualche anno fa: quello delle bresciane Sana Cheema, portata di forza in Pakistan e là uccisa perché non voleva accettare il matrimonio combinato che la sua famiglia aveva programmato da tempo, e quello di Hina Saleem, sgozzata dal padre e seppellita nel giardino davanti casa, perchè non accettava la relazione di quest’ultima con un ragazzo italiano. Entrambe le giovani donne giudicate meritevoli di morte perché desiderose di vivere secondo i costumi occidentali, libere ed emancipate, sovvertendo così le tradizioni e i costumi pakistani. Donne uccise per l’onore e la tradizione, a cui vengono condannati comportamenti disobbedienti ritenuti deplorevoli. Una pratica al di fuori di ogni logica umana, che purtroppo non appartiene solo al passato, ma rappresenta un modus operandi purtroppo ancora molto diffuso in alcune zone. Pensiamo al Pakistan in particolare, ma anche alla Giordania, all’Iraq e alla Turchia (per citarne alcuni). Donne ancora considerate “proprietà della famiglia e della comunità, da punire con la morte, di solito attuata per strangolamento.

Dott.ssa Forghieri, non si può non pensare che alla base del delitto d’onore vi sia una rigidità di pensiero che si fonda sulla convinzione che sia l’unica strada possibile per restituire onore alla comunità sociale di appartenenza o alla propria famiglia. E’ corretto?

Si, ma è necessario fare una precisazione. I vissuti di vergogna e di umiliazione derivati dal mancato rispetto di un codice sociale sono strettamente correlati al contesto culturale e antropologico di appartenenza, ragion per cui vale la pena sottolineare che il Pakistan è uno dei paesi in cui la religione musulmana si esprime nelle sue forme maggiormente radicali, così come è presente una tradizione molto sentita in cui la famiglia patriarcale destina ancora la posizione della donna ad una condizione di forte sottomissione. In seconda istanza si consideri che, al contrario, la giurisprudenza italiana si è mossa negli ultimi anni per cautelare le donne da possibili costrizioni a matrimoni combinati, legiferando in merito nel 2019. Infine, si prenda atto che il gap generazionale tra immigrati di prima generazione e figli è talmente profondo che spesso si crea una spaccatura significativa all’interno delle famiglie in termini di usi e costumi, che le stesse non sono in grado di gestire. L’insieme di questi ingredienti è alla base del delitto di onore, come declinato nel caso in questione.

Dott.ssa Palmigiano, sembra dalle immagini video circolate sulle testate televisive, Saman sia stata accompagnata alla morte proprio dalla madre. Ma come è possibile che colei che ti ha messo al mondo possa accompagnare la propria figlia alla morte?

In alcune culture la madre della figlia “ ribelle”, è tenuta a sottostare da copione a questa pratica, anche contro la sua volontà. A lei è relegato il compito di accompagnare la figlia alla giusta punizione che serve a ristabilire l’ordine e il decoro familiare; gli uomini (mariti, padri, fratelli o altri appartenenti maschili della famiglia), invece solitamente sono gli esecutori materiali che compiono le azioni di morte.

Dott.ssa Forghieri, nella sua grande esperienza ha periziato tanti autori di reato violenti. E’ giusto dire che esistono uomini violenti non necessariamente malati? E soprattutto quando c’è premeditazione, come in questo caso, è assurdo seppur minimamente pensare ad un’incapacità di intendere e di volere al momento dell’agito violento?

Da anni la psichiatria clinica e forense si battono per contrastare il convincimento errato che mette in correlazione la patologia mentale con la messa in atto di azioni violente. La stragrande maggioranza dei crimini che si consumano all’interno delle mura domestiche sono correlati a stati emotivi e passionali transitori, che si esprimono in esplosioni violente, comprensibili e derivabili se si effettua uno studio accurato del caso (un classico esempio sono quelli secondari a situazioni di tradimento), che nulla hanno a che fare con convincimenti aberranti, ideazioni deliranti, fenomeni allucinatori e altri sintomi che sono presenti nella patologia psichiatrica e che possono indurre il soggetto malato a condotte discontrollate dirette verso i propri cari. Circa la premeditazione, la questione è molto delicata in quanto deliri molto radicati nei soggetti possono dare vita alla realizzazione di reati pianificati, ma questo non significa che il motore che ne determina la realizzazione non sia una malattia.

Avv. Larossa, finalmente il corpo della giovane Saman è stato ritrovato e sarebbe stato impossibile trovarlo senza l’input di chi ha partecipato a quell’orribile delitto. Ora cosa accadrà da un punto di vista giuridico?

Il prossimo 10 febbraio avrà inizio con la prima udienza dibattimentale il processo che vede 5 familiari della diciottenne pakistana Saman Abbas (i genitori, lo zio e due cugini) accusati di concorso di sequestro di persona, omicidio e soppressione di cadavere. Grazie all’esumazione del corpo non ci troviamo più di fronte a un processo di tipo indiziario, ma al contrario lo stesso sarà celebrato con la terribile certezza che la giovane Saman è morta, anzi è stata uccisa. Uccisa con modalità feroci da chi avrebbe dovuto amarla. Il corpo della diciottenne pakistana è stato ritrovato sotto 2 metri di terra, ancora avvolto dal giubbino e dai jeans strappati, emblema della sua amata e agognata libertà. È stata ritrovata nei pressi del casolare ad appena 700metri da casa, luogo considerato per antonomasia sinonimo di sicurezza e protezione. Ma così non è stato per Saman. E probabilmente, se non fosse stato proprio lo zio a condurre gli inquirenti sul luogo della sepoltura oggi per la giovane vittima non vi sarebbe né una degna sepoltura né giustizia per un omicidio così atroce. È già stata fissata un’ulteriore udienza per la settimana successiva nella quale i periti nominati saranno esaminati in merito agli accertamenti autoptici svolti e sicuramente quello sarà il momento per dissipare ogni dubbio; infatti, le oltre sette ore di autopsia diranno anche come e forse chi ha interrotto per sempre il sogno di Saman di vivere un amore libero come una qualsiasi ragazza della sua età. Secondo l’impianto accusatorio i genitori della ragazza avrebbero avuto un ruolo determinante conducendola alla morte. La madre è ancora latitante mentre il invece si trova in stato di arresto provvisorio in Pakistan in attesa della prossima udienza fissata, dopo ben 3 rinvii, per il 10.01.23 e che si rivelerà dirimente per decidere sull’estradizione. Ad oggi non esiste un patto bilaterale tra Italia e Pakistan, quindi, non sarà semplice ottenere l’estradizione rendendo forse necessario intraprendere una negoziazione di natura diplomatica, ma l’assenza fisica in Italia dei genitori della giovane Saman non impedirà certo alla Giustizia italiana di giudicarli.

”Conad”/
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