La violenza e l’abuso intra-relazionale costituiscono negli ultimi anni una vera e propria emergenza sociale a causa dell’aumento esponenziale delle vittime che, nella peggiore delle ipotesi, sfocia in femminicidio, la conclusione premeditata di una escalation di violenze psicologiche e fisiche. Si tenga nota che dall’inizio dell’anno sono già 20 le povere vittime.

Parla la Dottoressa Maria Rosaria Palmigiano, psicologa – psicoterapeuta e consulente Ministero della Giustizia

Quando si può parlare di relazione pericolosa?

La relazione pericolosa è quella relazione in cui sono presenti dinamiche di prevaricazione, sia a livello fisico che psicologico, che mettono uno dei due partner in una condizione di disagio, sofferenza o dipendenza emotiva.  Relazioni che fanno sentire svuotati, impoveriti, e perennemente “sbagliati”. 

Come inizia? 

Le relazioni violente o abusive non lo sono dall’inizio. Nessuna vittima di violenza racconta di schiaffi, calci o umiliazioni nel primissimo periodo. Riferiscono della gioia e del desiderio tipico della fase d’innamoramento. Pensano di essere fortunate, di aver trovato il loro principe o la loro principessa. Nel tempo, invece, iniziano ad essere criticate, disprezzate, colpevolizzate, ricattate.

L’abusante si vittimizza e deresponsabilizza, utilizza una comunicazione vaga, utilitaristica e contraddittoria, fa richieste volutamente nebulose. Fa leva sulle fragilità ed i bisogni profondi dell’altro.  Non tollera rifiuti, vuol sempre avere l’ultima parola. Muta opinioni e decisioni. Mente, insinua sospetti, crea incomprensioni. Simula malessere e disagio per poi dimostrare alla fine un pressoché totale disinteresse affettivo per l’altro.  Alterna più o meno frequentemente momenti di idealizzazione dell’altro a momenti di dolorosa e feroce svalutazione, sottoponendolo ad un’ALTALENA EMOTIVA.

Esiste un identikit? Si può riconoscere in anticipo un uomo tendenzialmente violento? 

Non si può tracciare un profilo psicologico dell’uomo violento. Sono per lo più soggetti con dei tratti narcisistici che hanno improntato la loro personalità allo sfruttamento delle risorse emotive di qualcun altro, in un processo in cui le trappole non scattano tutte insieme, ma progressivamente, di pari passo con l’evolversi della relazione. Si nutrono della parte migliore della vittima, trasformandola, degradandola, arrivando proprio ad annichilirla ad azzerarla, e questo è l’unico modo che conosce per stare in relazione con qualcuno.

Nelle vicende giudiziarie ne ritroviamo tantissimi. Ad es. (Salvatore Parolisi, autore del femminicidio di Melania Rea, Vincenzo Paduano, che ha cagionato la morte della giovane Sara di Pietrantonio, Michele Buoninconti, uxoricida di Elena Ceste)

Esistono dei campanelli d’allarme? Le donne hanno la possibilità di rendersi conto, da alcuni segnali inequivocabili, i rischi che possono correre con un certo tipo di uomini?

Certo. Anzi, ecco perché l’utilità della prevenzione. Dobbiamo insegnare a queste donne a riconoscere quando hanno di fronte un potenziale violento.

  • Subite un controllo eccessivo sulla vostra vita, spostamenti, amicizie, dispositivi elettronici.
  • /E’ aggressivo. Il partner non gestisce la rabbia, fa minacce e ricatti.
  • Tende a dire bugie, a distorcere la realtà
  • Esige appagamento sessuale a conferma del vostro amore
  • Sminuisce, offende, non ammette mai di avere torto.
  • Se segue i vostri spostamenti. 
  • Vi sentite costrette a fare cose che normalmente non fareste.
  • Se vi spaventa quando litiga.

Perché le donne restano? 

L’uomo in una relazione perversa, può alternare comportamenti dolci e gentili, di completa disponibilità, con comportamenti aggressivi e violenti, con messaggi denigratori che hanno la finalità di distruggere psicologicamente la propria partner. Di fronte a questo alternarsi di comportamenti, la vittima può sentirsi confusa e anestetizzata fino a giungere a deperimento mentale e fisico. Oppressa da questo meccanismo, la donna rischia di non riuscire a capire che cosa stia accadendo. Non trovando motivazioni agli episodi di aggressività e violenza, può manifestare paura, angoscia e timore di non essere mai abbastanza per lui, fino a sentirsi così responsabile delle difficoltà del rapporto da perdere il piano della realtà a causa del proprio senso di colpa.

Ricordiamoci che questi soggetti lavorano proprio sul desiderio della vittima di essere approvata, di essere accolta, di essere amata.

Trappole mentali ed emotive che le paralizzano

  • Donne che pensano di essere inadeguate, non degne di stima e di amore: accettano ogni umiliazione pur di non perdere il compagno.
  • di essere in grado di cambiare l’uomo che amano
  • donne che credono di avere la responsabilità dei maltrattamenti
  • donne che hanno paura di soffrire la solitudine
  • donne che temono di essere giudicate dagli altri….ecc…

Oggi ci ritroviamo di fronte ad una doppia problematica. Qual è la correlazione tra violenza & coronavirus?

Chi è nella trappola e vive con il suo aguzzino non sta trascorrendo dei gran momenti, e la convivenza forzata va ad acuire gli agiti violenti.  

Mentre il “Restare a casa” è fondamentale per la tutela della salute di tutte e tutti, per le donne vittime di violenza la propria abitazione può diventare una trappola. Durante questa reclusione forzata le donne sono esposte a un maggior controllo da parte dell’autore di maltrattamenti, innalzando il rischio per la loro via e incolumità.

L’isolamento è una delle caratteristiche più comuni delle relazioni abusanti, una delle forme principali attraverso cui si manifesta la violenza domestica e quello di questi giorni può amplificare il rischio a cui queste persone sono esposte, trovandosi a dover condividere per tutto il giorno gli spazi familiari con il proprio maltrattante.  

In più, in questa situazione di prossimità con il proprio aggressore e di riduzione dei contatti esterni diventa molto più difficile chiedere aiuto. Donne sole, isolate dalla famiglia e dagli amici, in balia di mariti maneschi e violenti. Le condizioni di isolamento imposte aumentano le possibilità di controllo e di limitazione della libertà della donna esercitate dal maltrattante. La cronaca negli ultimi giorni narra di un settantenne della provincia di Pesaro che ha cercato di uccidere la moglie a martellate; mentre a Padova una donna è stata salvata dalle botte del marito solo grazie all’arrivo dei carabinieri allertati dai vicini; a Torino, invece, un ex vigile in pensione di 65 anni ha ammazzato la moglie di 61 e il figlio di 29 anni

È fondamentale, quindi, rassicurare le donne del fatto che la rete antiviolenza 1522 è presente, attiva e in grado di supportarle, e che anche in questo periodo potranno continuare a ricevere consulenza, sostegno e protezione.

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