E’ ormai certo che a fine del corrente anno non sarà rinnovata la possibilità di un rinnovo del DL che nel 2019 istituì la cosiddetta “Quota 100”, risposta alla precedente riforma delle pensioni Monti/Fornero. Credo che tutti, soprattutto i vicini al pensionamento,abbiano sentito parlare di questa forma di pensionamento anticipato che voleva migliorare quanto previsto fino ad allora, e come tornerà ad essere, salvo interventi legislativi, la modalità normale per andare in pensione.

Riepiloghiamo brevemente. Nel 2011 durante il Governo Monti, la Ministra Fornero introdusse, per risollevare i problemi, sempre problematici, di bilancio dell’INPS, la nuova regola che prevedeva il pensionamento normale con 67 anni di età e almeno 35 anni di contributi. Ma, come accennato, il Governo Conte uno nel 2019 emise un Decreto Legge che dava la possibilità di anticipare il pensionamento con 62 anni di età e 38 anni di contributi ( ecco il fatidico 100) ma alcune penalizzazioni. Una decurtazione dell’importo, fino alla maturazione dei 67 anni, dal 5,6 al 34,7 per cento a secondo degli anni di differenza con la data fatidica, impossibilità di cumulo dei redditi da lavoro dipendente od autonomo, se non un reddito di massimo 5 mila euro anno.

Ma malgrado le lunghe e mai concluse diatribe fra i favorevoli ed i contrari questa Quota 100 un vero successo non l’ha mai ottenuto. E per le decurtazioni e per il non cumulo. Infatti dall’entrata in vigore, fino al 31 marzo 2021 ne hanno usufruito un numero limitato di possibili aventi diritto. Esattamente 141mila dipendenti privato, 86mila dipendenti pubblici, 59mila lavoratori autonomi. Vale a dire circa la metà di quanto il legislatore aveva previsto. Tanto che sono sarebbero stati “risparmiati” circa 7 miliardi. Che all’INPS servono in quanto ogni tanto, spesso, si sente parlare di possibili difficoltà economiche e nuovi interventi di “risparmio” sulle pensioni.

Sistema che usa una logica mista fra contributivo e retributiva. La differenza fra i due sistemi: contributiva che tiene conto unicamente dei contributi che il lavoratore e il datore di lavoro hanno versato negli anni di attività, la retributiva tiene conto invece, ed tempo fa era solo così ( da cui i bilanci problematici) e si facevano i calcolo sullo stipendio percepito al momento del pensionamento. La tendenza sarà sempre più quella sul contributivo puro cui si arriverà per gradi. L’altro principio pensionistico di tenere il considerazione sta nel fatto che le pensione di oggi vengono pagate con i contributi versati oggi dai lavoratori in attività. Un meccanismo consolidato ma che deve fare i conti con quanto lavorano e con l’età media e la durata di coloro che percepiscono l’assegno.

Pronosticare il futuro delle pensioni è più difficile che fare pronostici calcistici. Ci sono troppe varabili. Oggi potremmo dire che con la certezza della fine della Quota 100 il futuro naturale sarebbe quello del ritorno alla Legge Fornero. Oppure una nuova “Quota 102” con uscita a 64 anni e 38 anni minimo di contributi. In ogni caso per i prossimi alla pensione qualche passaggio ogni tanto da un Patronato, come 50&più con i propri uffici presso le sedi di Confcommercio in ogni città italiana,

Ottavio Righini

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