Il vice prefetto reggente l’ufficio della prefettura dell’isola d’Elba Giovanni Daveti e un membro di una famiglia della ‘ndrangheta operante in Piemonte che fu mandante dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia sono stati arrestati questa mattina 31 maggio in un’operazione della Guardia di finanza che ha coinvolto anche la Romagna con Faenza, ma perquisizioni sono state fatte anche a Ravenna e a Forlì 

Nei confronti di altri sette soggetti sono scattati gli arresti domiciliari. Tra le accuse contestate agli arrestati, anche quella di associazione a delinquere e porto abusivo di esplosivi.

Contestualmente agli arresti i finanzieri hanno eseguito decine di perquisizioni nelle province di Livorno, Torino, Asti, Padova, Ravenna, Forlì, Pisa, Pistoia, Campobasso, Napoli, Salerno, Lecce e Brindisi. L’indagine, coordinata dal procuratore di Livorno Ettore Squillace Greco, riguarda complessivamente una trentina di persone che sono accusate a vario titolo, oltre che di associazione a delinquere e porto abusivo di esplosivi, anche di contrabbando di sigarette, indebita compensazione di debiti tributari tramite fittizie compensazioni, illecita sottrazione al pagamento delle accise sugli alcolici.

Per la Gdf il viceprefetto reggente Giovanni Daveti, arrestato oggi, ritenendosi vittima di una truffa immobiliare, avrebbe pianificato con un amico livornese una ‘vendetta’, dando incarico a un complice di reperire l’esplosivo da usare contro la vettura di famiglia del suo presunto truffatore. Gli ordigni furono intercettati dalla gdf il 16 novembre vicino al porto livornese in un’auto con a bordo uno degli indagati, arrestato e ancora ai domiciliari: 4 cariche confezionate in modo da essere fatte brillare a distanza con un telecomando.

Molti i capi di imputazione di vario genere. In un caso il sistema creato da Daveti – per le accuse –  ha avvantaggiato un’imprenditrice di Faenza, moglie di un membro della banda, per quasi 175 mila euro.

L’AIUTO PER EVADERE IL FISCO

Da quanto ricostruito, il viceprefetto Daveti che, dopo un accertamento tributario aveva ricevuto cartelle esattoriali per 115mila euro, chiese aiuto al pregiudicato Giuseppe Belfiore, affiliato alla ‘ndrangheta, per abbattere la pendenza debitoria sfruttando, in compensazione, inesistenti crediti Irpef artificiosamente creati e sfruttati per compilare i modelli unificati di pagamento F24. È una delle accuse contestate dalla Guardia di finanza al funzionario arrestato. Il sistema utilizzato, secondo gli inquirenti, “prevedeva il frazionamento dell’importo complessivo dovuto all’erario in somme di entit inferiore e, per ciascuna di tali frazioni, il “pagamento” mediante un modello di versamento F24 recante la corresponsione materiale, attraverso il canale home banking, dell’irrisoria somma di un euro affiancata dalla fittizia compensazione di decine di migliaia di euro”.

Il sistema pianificato prevedeva il versamento, da parte dei soggetti intenzionati ad accedere all’indebita compensazione, di un importo pari al 22% del “beneficio” richiesto, quale compenso per il “servizio” ottenuto. A questo importo, secondo quanto ricostruito dalle fiamme gialle, si doveva, inoltre, aggiungere un ulteriore 8% a titolo di commissione da riconoscere a Daveti per il proprio ruolo di intermediario.

 

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