Papa Francesco ha firmato ieri il decreto con il quale don Giulio Facibeni , fondatore dell’ Opera della Madonnina del Grappa, attiva nella assistenza e nell’ educazione dell’ infanzia e dei giovani oggi presente anche in Albania e Brasile, è stato dichiarato Venerabile. E’ giunto quindi il riconoscimento delle “virtù eroiche del Servo di Dio Giulio Facibeni, sacerdote diocesano nato il 28 luglio 1884 a Galeata e morto il 2 giugno 1958 a Firenze”, come attesta il decreto che arriva a 30 anni esatti dall’apertura del processo di beatificazione, accolto con grande gioia dalla chiesa fiorentina e da tutta l’ Opera.

Don Facibeni che visse gran parte della sua vita a Firenze, accanto a La Pira e mons. Dalla Costa, indimenticato arcivescovo del duro tempo dell’ ultimo conflitto mondiale, è uno dei protagonisti della straordinaria stagione del cattolicesimo della città del Giglio del Novecento.
Nativo della Romagna Toscana, Facibeni studiò in seminario a Faenza e poi a Firenze, divenendo quindi sacerdote nel 1907. Dopo avere partecipato alla Grande Guerra come cappellano militare, venendo decorato per la sua coraggiosa pietà verso i feriti e i caduti con la medaglia d’ argento, proprio nella città toscana dette inizio alla sua Opera nel 1924. Da allora divenne il Padre, come da tutti era chiamato, di tanti ragazzi abbandonati o privi di mezzi che grazie all’ Opera Madonnina del Grappa ebbero sostentamento, educazione e istruzione per inserirsi nella società.

Sempre a Firenze il sacerdote galeatese fu uno dei componenti della catena di solidarietà a favore degli ebrei perseguitati nel periodo di tempo che va dall’ autunno del 1943 fino alla liberazione della città alla fine di agosto del 1944. Assieme ad altri civili e religiosi, in pieno accordo con il cardinale di Firenze monsignor Elia Dalla Costa, in
contatto con la Delasem, organizzazione ebraica clandestina per l’ aiuto ai perseguitati, Facibeni si spese per soccorrere gli ebrei braccati dai nazifascisti. Nel suo orfanotrofio ospitò ebrei ed è certo che personalmente il sacerdote salvò sei persone e tra queste importante è la testimonianza dei fratelli Louis e Harry Goldman, che all’ epoca avevano rispettivamente 18 e 16 anni ed erano fuggiti in Francia nel 1933 dalla Germania. Giunti in Italia con i genitori in quei giorni terribili del ‘43 e rimasti isolati dalla famiglia, vennero nascosti nell’orfanotrofio di Rifredi dal Padre che assicurò loro alloggio, cibo e vestiario, dopo che erano sfuggiti alla cattura del gruppo di ebrei avviati da Firenze ad Auschwitz il 9 novembre del 1943. Altra testimonianza di quanto fece don Giulio per i perseguitati è quella di Nicola Fiano, ebreo e compagno d’ armi di don Facibeni; in una lettera del 1945 sottolineava come molti perseguitati dovevano la vita al sacerdote galeatese. “Tu -scrive Fiano- rischiando hai fatto questo con illimitata generosità senza cercare di turbare neppure minimamente le diverse convinzioni religiose nostre”. Quanto fece don Facibeni per gli ebrei è stato solennemente consacrato nel tempio della memoria della Shoah in Israele: il 2 settembre 1996 Yad Vashem ha riconosciuto il sacerdote di Galeata Giusto tra le Nazioni.
Paolo Poponessi

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