È del 28 del mese scorso l’intervento, all’interno di un noto programma satirico, di un paio di Segretari di Stato che hanno lanciato un appello irrituale a margine di un tema, quello dell’alta incidenza di contagiati Covid a San Marino. Le polemiche che sono sorte a seguito dell’utilizzo dell’insolito “canale diplomatico”, hanno suscitato l’ennesimo scontro sul tema scottante dell’esigenza di denaro che affligge la nostra repubblica. Oltre alle polemiche che nutrono esclusivamente discussioni sterili, è interessante tentare l’ennesima analisi del quadro complessivo cercando di leggere la situazione sotto un profilo differente, nell’auspicio che l’intervento possa stimolare ulteriori riflessioni non solo in ambito politico, ma anche e soprattutto sociale ed imprenditoriale. L’economia sammarinese degli ultimi 30 anni è stata vittima parzialmente inconsapevole di un processo di transizione di flussi di denaro estremamente rapido che non ha lasciato infrastrutture, competenze e lavoro. Questa economia fittizia ha prodotto, in larghissima parte, una montagna di carta che oggi è scomparsa lasciando in eredità competenze modestissime e una propensione alla crescita ed all’innovazione altrettanto modesta. Da un certo punto di vista è complesso immaginare che uno stato di soli trentamila abitanti possa produrre un tessuto economico competitivo al pari di uno stato di grandi dimensioni, ma nel tempo che abbiamo trascorso a veder transitare montagne di denaro, talvolta non preoccupandoci di quali conseguenze portasse quella pioggia sporca, non abbiamo cercato di preparare un inverno che non potevamo pensare che non sarebbe arrivato. Eppure è accaduto ed oggi siamo costretti a sfruttare anche le opportunità meno qualificanti. Purtroppo chi grida al vilipendio della bandiera o all’insulto alla sovranità statuale non considera il fatto che uno paese senza soldi non è mai veramente sovrano, ed i debiti non sono certo garanzia di sovranità quando il creditore non ha la medesima cittadinanza. L’unico modo per uscire da questo stallo è trovare una direzione di rinnovamento culturale che parta dalla consapevolezza del termine di un’epoca. Nel decreto legge n.96 di ieri, invero, un elemento che potrebbe essere considerato interessante in una prospettiva di crescita culturale lo si può leggere. Nell’articolo 10, disponendo del trattamento retributivo dei dipendenti pubblici, si introducono due elementi di assoluto interesse con l’intento di “allineare il trattamento dei lavoratori pubblici a quello applicato nel settore privato”. È previsto un trattamento retributivo ridotto per coloro che, per vari motivi, sono assenti dal lavoro a causa dell’emergenza sanitaria, ma soprattutto è previsto il trasferimento temporaneo ad uffici diversi. Tali misure sembrerebbero finalizzate a contenere timidamente la spesa pubblica in un momento in cui anche altre categorie, quali insegnanti e pensionati, sono già stati chiamati a contribuire, ma una lettura buonista dell’intervento potrebbe lasciar trasparire l’ipotesi di una volontà di revisione complessiva dell’impianto fino ad ora adottato. Ecco allora che misure come quelle appena richiamate potrebbero essere sfruttate dal pubblico per sollecitare l’ampliamento delle competenze col fine di migliorare il servizio e trovare, finalmente, quella semplificazione che da più parti viene invocata. Cionondimeno il privato dovrebbe essere incentivato a percorrere la stessa strada investendo nella crescita delle professionalità, che potrebbero anche essere prese in prestito dall’estero (non solo Italia) per introdurre livelli culturali di alto grado e consentire una crescita dell’intero sistema paese. Il coraggio di fare investimenti in un periodo di grande crisi è cosa rara, ma dovrebbe essere agevolato grandemente da un paese che non voglia cercare solo un creditore generoso che sia intenzionato a comprarsi uno stato di cui, lui sì, sarebbe facilmente sovrano.

Giacomo Ercolani

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