Il risultato che emerge dalla domenica elettorale ha un sapore quasi premonitore: nel giorno dell’immacolata concezione, con grande sorpresa degli stessi beneficiati, è la Democrazia Cristiana a trovare un segno dal cielo.
Il 33,34% dei votanti ha preferito il partito storico. Una vittoria schiacciante, e con distacchi abissali, che si accompagna a malumori di diverse gradazioni perché il vincitore è uno, gli altri sono tutti perdenti. Troppa è la distanza fra le precedenti elezioni, quando il PCDS ottenne un seppur onorevole 24,46%, e lo straordinario successo di ieri per non gridare al miracolo. Non vi era giorno migliore e, me lo si consenta, partito migliore.
Già da oggi i vincenti si trovano pertanto a doversi muovere in un mare di sconfitti che piangono – chi più chi meno – senza trovare pace. La situazione appare pertanto del tutto chiara e trasparente agli occhi di tutti gli osservatori, o quasi. A ben guardare credo che nessuno si trovi a proprio agio con un plotone di scontenti che, da solo, non può governare. La nuova legge elettorale assegna al vincente l’onere di tentare la formazione di un governo scegliendo l’eventuale alleato fra le liste indicate prima dell’avvio della campagna elettorale. La Democrazia Cristiana ha scelto di indicare tutte le liste con la sola esclusione di Repubblica Futura, l’unica lista che oggi è certa di non partecipare al prossimo governo. Questa nuova legge elettorale offre quindi l’ennesima novità: all’esito degli spogli il partito vincente ancora non sa con chi vorrà convolare a giuste nozze. Nelle settimane della campagna in molti hanno sostenuto che un abboccamento ci fosse già stato fra la Democrazia Cristiana e il Movimento Rete, ma oggi, alla luce del deludente risultato di quest’ultima lista i patti potrebbero essere rivisti, è il partito vincente, quello che ha stracciato tutti gli altri, che ha il pallino in mano, ma la scelta sarà tutt’altro che semplice. Il PDCS ha un patrimonio straordinario da gestire, un patrimonio che con tutta evidenza dovrà essere il simbolo di questa trentesima legislatura, una responsabilità non da poco. Scegliere l’alleato sbagliato potrebbe voler significare pagarne le maggiori conseguenze e veder vanificato l’intero valore del risultato attuale. Sarà la formazione politica vincente, il PDCS, in grado di dettare le condizioni per l’alleanza di governo, condizioni obbligatoriamente inviolabili, o saranno gli alleati, consapevoli del minor rischio di errore, a poter forzare la mano dei vincitori in cambio della fedeltà? Saranno le formazioni di sinistra che si sono riconvertite in una giostra di alleanze a solleticare l’interesse dei democristiani, magari proprio in memoria dei bei tempi andati o toccherà alle forze populiste sedere alla sinistra del padre? Sono domande che possono togliere il sonno dei vinti e che dovranno trovare una pronta risposta in quanto le alternative sono forse ancora peggiori. Nel caso in cui, infatti, il tentativo di formare il governo non dovesse riuscire al primo tentativo, l’incarico verrebbe dato – a norma di legge – alla forza politica che ha ottenuto il secondo miglior risultato, la coalizione Domani in Movimento, formata dal neonato Domani Motus Liberi e dal Movimento Rete, ma, avendo escluso Repubblica Futura dalle possibili alleanze, in assenza della Democrazia Cristiana non ci sarebbero i numeri per ottenere i 35 seggi necessari. L’unica soluzione sarebbe quindi il ballottaggio fra la prima forza e la seconda, una soluzione talmente tremenda per il patrimonio elettorale dei democristiani che quasi potrebbe incarnare il demonio stesso. Eccoci quindi di fronte ad un classico rompicapo che sarà interessante risolvere, ammesso almeno che la soluzione trovata non si tramuti in una trappola mortale nella quale il maggior partito potrebbe trovare il proprio peggior destino nel suo miglior risultato.
Giacomo Ercolani




















