Quasi al termine della fase uno dell’emergenza coronavirus possiamo fare i primi bilanci ed emettere giudizi clementi nei confronti delle decisioni assunte dalle autorità a causa della singolarità del situazione che doveva essere gestita, ma altrettanto temo non possa essere fatto con le scelte di politica economica. Se le conseguenze per il paese sono state drammatiche sul piano umano a causa delle perdite subite, le conseguenze sul piano economico potrebbe essere disastrose, anche senza alcuna conta di deceduti. La drammaticità di una contingenza non si misura unicamente con la vita o la morte, grazie a dio non è solo una questione di sopravvivenza. È necessario quindi cercare di avere un riferimento diverso che, da una parte ci conforti di un cambiamento non così radicale e definitivo, dall’altra ci consenta di proseguire con un alto livello di benessere cui forse ancora non siamo pronti a rinunciare. Nei giorni appena trascorsi è balzata alle cronache un’ipotesi di sostegno economico quantomeno bizzarra. Si tratta della così detta “moneta fiscale”, un progetto che presuppone l’emissione di titoli di credito – diversi dalla valuta avente corso legale – utilizzabili per pagare le tasse future. L’ipotesi non ha ancora confini definiti, ma ha fatto certamente sobbalzare. I primi ad usare strumenti di questo genere furono i tedeschi, nel pieno di una crisi economica che la storia definisce come la “grande depressione”. Era il 1933 e la produttività economica era pressoché nulla a causa della mancanza di liquidità. Era necessario uno strumento che consentisse allo stato di pagare i propri fornitori, fu creato quindi il Me.Fo., una valuta fittizia, garantita dallo stato, che consentì la ripartenza delle opere pubbliche, in particolare l’industria bellica. Recentemente Mario Draghi si è espresso un maniera tranchant su una proposta simile, i Mini-Bot, degli strumenti che, nelle aspettative dei promotori, avrebbero dovuto essere usati per pagare i debiti della pubblica amministrazione verso le imprese. Senza voler entrare in aspetti tecnici e senza voler scomodare i rapporti con l’Europa, è certo che siamo di fronte ad un’ipotesi che non trova esperienze esattamente sovrapponibili alla situazione attuale di San Marino e sarebbe quanto meno azzardato definirla priva di rischi non calcolabili. Ciò che è certo è che la produttività delle imprese sammarinesi non dipende dalle opere pubbliche, tanto meno dall’industria bellica. Allo stesso modo, immaginare che il consumo dei sammarinesi possa concentrarsi unicamente sul mercato interno, l’unico luogo in cui tali strumenti sarebbero scambiabili, è impensabile. Soluzioni magiche al problema economico sammarinese non esistono, ma una lezione dagli episodi appena citati forse la possiamo imparare: è con il lavoro che si pagano i debiti, non con della carta nuova. Dobbiamo creare le condizioni per agevolare il lavoro a San Marino a nuovi investitori e imprenditori già presenti, incentivando le peculiarità di un microstato ed evitando di copiare le scelte di stati che hanno caratteristiche del tutto differenti alle nostre e quindi non sempre replicabili con i medesimi risultati. Se era necessario un coordinamento con l’Italia per contrastare il Covid, nelle politiche economiche possiamo e dobbiamo essere più coraggiosi.

Giacomo Ercolani

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