di Franco D’Emilio

Lo confesso, l’esistenza della Repubblica di San Marino mi ha sempre fatto sorridere, considerandola una vera e propria bizzarria geopolitica, uno staterello che in cima al Titano consuma riti da operetta, degni solo di appagare la mania fotografica, oggi soprattutto selfie, di numerosi turisti, curiosi o desiderosi di evadere dalla normalità statuale, istituzionale delle loro nazioni d’origine.

La curiosità e l’evasione, proprio questi sono i motivi che spingono tanti a salire sino alla piccola Repubblica, e non è un caso che per soddisfare tali attese si possa contare su un’apposita rete museale di primo ordine: il Museo delle Curiosità e il Museo delle Cere, poi il Museo delle Creature della Notte (vampiri e licantropi) e il Museo Maranello (auto Ferrari), ancora il Museo della Criminologia Medioevale e della Tortura, il Museo Olimpico, e, infine, tanto per chiudere coi botti, il Museo delle Armi.

Una proposta turistico-culturale lieve e disimpegnata, prossima alle rubriche “Strano, ma vero!” e “Forse non tutti sanno che…” della popolare Settimana Enigmistica, insomma un itinerario appena nobilitato da solo tre realtà museali di spessore, fra l’altro, molto minimamente espressione della storia e dell’arte del territorio sanmarinese.

D’altronde, pur risultando fondata la costituzione di questo staterello per la presenza dei tre elementi essenziali di popolo, territorio e ordinamento giuridico, è evidente  come tale formulazione costituzionale sia stata e sia tuttora, più espressione antropologica di una scelta e condotta di vita piuttosto che espressione di una forte, articolata identità culturale, sociale e politica della stessa enclave sanmarinese..

E’ vero che da sempre libertà e indipendenza sono valori esistenziali fondamentali della repubblica, ma è altrettanto vero che questi valori sono stati, soprattutto, vissuti, rispettati e difesi come prerogativa della condotta utilitaristica della piccola comunità del Titano per trarne vantaggi e utilità rispetto alle condizioni della più ampia comunità italiana confinante.

In fondo, nelle ultime parole di San Marino morente ai suoi fedeli nel 366 d.C, “Relinquo vos liberos ab utroque homine” (“Vi lascio liberi da entrambi gli uomini”) ovvero franchi  sia dall’imperatore che dal papa, quindi dall’impero e dalla chiesa con i rispettivi divieti, imposizioni e tasse, già si trova l’indicazione di una “terza via”, opportuna e pragmatista, tra il conservatorismo imperiale e il progressismo papale, entrambi sostenitori di un sistema oppressivo ed esoso: una sorta di eretico disconoscimento del “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” su un territorio che fosse zona franca dalle usuali pratiche fiscali.

Così è stato, così sul fine utilitaristico si è fondato sino ai nostri giorni il consenso dell’intera comunità sanmarinese; così, nel tempo, la politica sanmarinese ha riguardato più la gestione del patrimonio che quella dell’organizzazione stessa del piccolo staterello. Ogni ideologia o partito o movimento, attivo nella vita pubblica sanmarinese e, perlopiù, d’importazione dalla confinante Italia, è stato sinora assunto e modulato a tutela dei soli fini, vantaggi economico-finanziari dei poco più 33.000 residenti odierni. Di conseguenza la legislazione, l’organizzazione, l’amministrazione statuale di questa minima enclave tra la Romagna e le Marche hanno camminato molto lentamente: solo a titolo esemplificativo di questa condizione basta considerare la tuttora lacunosa e contradditoria tutela dei diritti civili.

L’attività bancaria e di intermediazione finanziaria, pure sostenute da un fisco compiacente, sono state a lungo fonte di finanziamento della Repubblica di San Marino, sostenendo, quindi, l’interesse nazionale con la pratica del “paradiso fiscale” per quanti volessero, anche illegalmente, sottrarsi ai controlli fiscali e bancari nelle loro nazioni d’origine.

“Aurum non olet”, dunque, “l’oro non ha odore” e su questo assunto si è costruita la prosperità sanmarinese, oggi, però, vacillante e in crisi da quando, dopo il 2014, lo staterello non è più “lavatrice” di fondi illeciti e soffre di un debito finanziario vicino al miliardo di euro.

Il recente passaggio dallo stato di paradiso fiscale a realtà economica lecita e trasparente è risultato e risulta difficile perché non supportato da un adeguato cambiamento culturale: con la migrazione dei capitali, privati del segreto bancario e dello scudo fiscale, e con un’insistente mancanza di risorse e materie prime la Repubblica di San Marino è precariamente ridotta all’osso, in una situazione che incide sul suo stesso assetto istituzionale, ancora sofferente per scandali e dimissioni di vertice.

La piccola repubblica, pur adottando da tempo l’euro come propria moneta, non può neppure aderire all’Unione Europea perché incapace di sostenere i costi partecipativi. 

Dunque?

Penso proprio che San Marino debba aprirsi al mondo globalizzato come parte di una comunità più ampia ed esperta, articolata e dotata di cultura politica, economica e sociale: appunto, la confinante Italia.

Non c’è più tempo e spazio per un paese dei campanelli.

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