La storia economica di San Marino è stata fondata sul sistema bancario e la sua segretezza per tanti anni, ma da circa 10 tale fortuna (se così possiamo chiamarla) è giunta al termine. In questo periodo di declino si sono cercati vari strumenti di sostegno per un settore che ha fatto crescere il paese solo grazie al segreto. Venuto a mancare il vantaggio della segretezza, arma oggi inadatta, il sistema ha preferito cercare palliativi per evitare di riconoscere l’imminenza della propria fine. I governi che si sono alternati hanno preferito continuare sulla stessa strada piuttosto che riconoscere la trasformazione che avveniva. Tutti gli sforzi concentrati sul sistema bancario hanno avuto come effetto la lenta ed inesorabile morte del sistema stesso, completamente asfittico: un sistema che vive solo di ricordi che piano piano svaniscono. In tutto ciò, quasi per un crudele contrappasso, le banche del circondario fanno affari d’oro con i sammarinesi, insperata rivincita. Parallelamente, quasi timidamente, negli ultimi anni sono stati fatti tentativi di rilancio dell’economia, che avrebbero dovuto compensare il calo del settore finanziario, ma che hanno prodotto solo aborti. Gli ostacoli burocratici, normativi e giuridici a San Marino aumentano: purtroppo oggi è meglio rimanere in un’Italia disastrata piuttosto che in una piccola repubblica che non ha ancora toccato il fondo.

Ebbene, quali soluzioni?

Innanzi tutto una presa di coscienza: non è il sistema bancario che deve trainare l’economia, ma il contrario. Il sistema bancario, pur essenziale, è una conseguenza della ricchezza. Occorre pertanto riconoscere la fine delle banche sammarinesi, metterle seriamente in sicurezza con una valutazione reale degli attivi e addebitare il costo allo stato (non è il debito il problema, ma la possibilità di ripagarlo!). Un attimo dopo le banche sammarinesi devono chiudere, per lasciare spazio a banche estere, magari internazionali, che siano in grado di offrire credito al sistema economico sammarinese. Il problema con ciò si sposterebbe sull’economia reale. San Marino ha un territorio troppo piccolo per immaginare grossi impianti produttivi, ma lo stabilimento della sede di aziende esistenti, anche importanti, porterebbe enorme vantaggio: basterebbe sfruttare la libertà di stabilimento sancita dalle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni, le assunzioni arriverebbero presto. Con un serio programma di snellimento delle procedure burocratiche per l’apertura delle aziende, inoltre, il personale impiegato nella pubblica amministrazione in eccesso potrebbe essere utilizzato per fare servizi accessori, controlli, informazione, alle aziende nuove e vecchie. La giustizia (mi riferisco unicamente a quella civile) potrebbe dotarsi di una procedura che (finalmente) abbandoni il pantano di un rito anacronistico per trovare snellezza ed efficienza all’interno di poche e semplici regole di confronto fra le parti. Certamente l’ordinamento misto che caratterizza San Marino potrebbe aiutare a trovare una soluzione di tutto rispetto in tempi ragionevolmente brevi. La certezza del diritto è l’elemento chiave per attrarre investimenti. Esattamente il contrario di ciò che è accaduto negli ultimi anni nei quali sono state introdotte norme che hanno violato i principi di retroattività, di proporzionalità e di uguaglianza con il solo fine di evitare di riconoscere la fine di un’epoca. Senza un cambio di passo che parta dal riconoscimento degli errori fatti, ogni ulteriore sforzo ci porterà solo ancora più in basso.

Giacomo Ercolani

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