Sono tempi convulsi, pieni di stimoli che provengono da ogni dove in un mondo che si è allargato a dismisura. Manca il tempo per riflettere, magari all’interno di un lungo periodo di ozio. L’incipit è poco esaltante lo ammetto, ma il resto lo sarà meno. Il 16 gennaio scorso è stato pubblicato il bollettino informativo trimestrale di Banca Centrale relativo al terzo trimestre 2019. In tale documento periodico viene ripercorsa l’attività svolta dall’autorità, il contesto nel quale tale attività ha avuto luogo e gli effetti che ha prodotto. Oltre a ciò, naturalmente viene offerto un quadro dello stato di salute del sistema bancario e finanziario. Dal documento appena rilasciato emerge un dato significativo proprio nel paragrafo dedicato al sistema bancario. Nel raccontare gli effetti dell’avvio del programma di risoluzione di Banca CIS, il documento si sofferma sul calo della raccolta del risparmio interamente dovuto, si legge, al trasferimento dei depositi del Fondo Pensioni e del FONDISS al “Veicolo pubblico di segregazione Fondi Pensione S.p.A.”, soggetto nato a norma della Legge 115/2019 per separare i debiti di Banca CIS verso il pubblico da quelli verso i suddetti fondi, che contengono le nostre pensioni. Si tratta di 101,84 milioni di euro che i Fondi di previdenza avevano depositato in Banca CIS. Il programma di risoluzione prevede inoltre il trasferimento, allo stesso Veicolo pubblico, di attivi per un valore corrispondente. Proseguendo nella lettura si nota che l’aumento delle sofferenze del sistema bancario è stato determinato principalmente dalla riclassificazione, a sofferenza appunto, di crediti già incagliati, riclassificazione “parzialmente compensata dalla cessione di crediti non performing al Veicolo pubblico”. Ciò significa che quelli che la normativa definisce “crediti dubbi” sono stati ceduti al Veicolo pubblico per pagare le nostre pensioni. I dati del bilancio del 2017 di Banca CIS mostrano crediti verso la clientela per 267 milioni di euro, 50 dei quali sono incagliati ed altrettanti a sofferenza. Probabilmente le cose sono poi peggiorate. Se, come scrive Banca Centrale, l’incremento delle sofferenze è pari a 123 milioni, significa che non solo gli incagliati sono stati trasformati in sofferenze, ma – con ogni probabilità – anche crediti classificati da Banca CIS in bonis. Nell’ambito del programma di risoluzione le banche cessionarie, BAC, BSI e BSM, hanno ricevuto 25 milioni ciascuna e fonti attendibili riferiscono di come sia stato difficile trovare 75 milioni di crediti netti in bonis nel portafoglio di Banca CIS: ciò spiegherebbe l’incremento notevole delle sofferenze dovuto alla riclassificazione del portafoglio crediti della banca sottoposta a risoluzione. Ora, se uniamo i puntini rischia di apparire un quadro piuttosto fosco, così come promesso. Se è le banche private, come ovvio, non avrebbero accettato crediti in bonis, crediti cioè capaci di compensare i debiti di Banca CIS che le stesse banche si sono accollate, e se il portafoglio crediti di Banca CIS era composto in larga parte da crediti erroneamente classificati in bonis, cosa è finito nel Veicolo pubblico? A questo rischio, naturalmente il legislatore aveva già pensato inserendo, nella citata legge 115/2019, la garanzia dell’Eccellentissima Camera ai Fondi Pensione. Peccato che, quasi certamente, i crediti che il Veicolo pubblico ha ottenuto non impediranno all’Eccellentissima Camera di dover pagare le nostre pensioni con i nostri soldi. Allora forse troveremo tempo per oziare e riflettere.
Giacomo Ercolani




















