Giovanni Guzzetta, capo dei magistrati di San Marino che si sono occupati anche del caso dell’ex sottosegretario leghista Armando Siri, al centro poi di un’indagine milanese, non ne fa “una questione personale ma di messa in discussione del valore dello Stato di diritto con decisioni repentine e oscure”.  E osserva con ironia che “anche in un bicchiere d’acqua può esserci una tempesta”.

La tormenta risale alla sera del 24 luglio quando è stato rimosso dall’incarico, quello più importante nell’ordinamento del piccolo Stato, di Dirigente del Tribunale e, nello stesso tempo, il gruppo di magistrati che ha indagato sulla ‘tangentopoli’ del Titano che ha coinvolto ex ministri e Capi di Stato, è stato ridimensionato con una serie di spostamenti di ruolo.

“L’organo di governo dei magistrati è in mano alla politica”

L’ex giudice costituzionale, chiamato dai colleghi togati sanmarinesi due anni fa dopo un periodo di forti tensioni nel Titano, spiega il contesto in cui sono maturate queste decisioni: “San Marino è uno Stato sovrano che ha una tradizione di avvicinamento al costituzionalismo recente, una ventina di anni fa, e l’applicazione dei principi costituzionali propri di uno Stato di diritto fatica ad affermarsi. Questo caso ne è un esempio, con la politica che ritiene sia perfettamente legittimo interferire con gli equilibri del sistema giustizia”.

Secondo l’ex Dirigente, “l’assetto di poteri è molto disallineato rispetto alle raccomandazioni degli organi internazionali come il Consiglio d’Europa, del quale peraltro fa parte. Negli ultimi tempi questo squilibrio si è accentuato. Qualche mese fa, è stata approvata la legge che ha modificato la composizione dell’organo di autogoverno (una sorta di Csm, ndr) definendo un assetto del tutto ‘fuori asse’ perché per metà è composto da parlamentari in carica, mentre i giudici di grado superiore sono una minoranza assoluta e quelli di primo grado sono presenti in modo sproporzionato. Inoltre al Dirigente è stato tolto il diritto di voto con una logica che non ha nessun riscontro in relazione agli standard internazionali che San Marino, antichissima Repubblica dove hanno operato giuristi come Piero Calamandrei ed ex giudici costituzionali, dovrebbe mantenere come riferimento”.

Una defenestrazione che mette in pericolo anche l’Italia

Rispetto a quella che chiama la sua “defenestrazione”, arrivata sula base  dell’ interpretazione retroattiva di una norma da cui è derivata la revoca anche della sua nomina, l’ex giudice costituzionale sottolinea che è arrivata in una seduta in cui “il tema non era all’ordine del giorno e non sono noti i verbali e i resoconti di quanto accaduto, né posso assicurare, alla luce di quanto accaduto, che lo saranno”.

Se questa “ingerenza del potere politico” sia stata mossa dalla volontà di rendere difficili indagini potenzialmente scomode, come quella su Siri, non si espone: “Non faccio processi alle intenzioni e sono tenuto agli ordini di segretezza in relazione all’ufficio che ho ricoperto”. Il “dato positivo”, ragiona, “è che la stragrande maggioranza dei giudici”, alcuni dei quali si sono rivolti al Consiglio d’Europa, “mi ha manifestato solidarietà. Io sono ottimista – aggiunge – e mi auguro che si torni alla ragione, il danno di reputazione è fortissimo. Sono anche preoccupato perché San Marino è un enclave in territorio italiano, dove, come ovunque, esiste la criminalità, e una giustizia non adeguatamente presidiata qui rischia di creare problemi anche all’Italia”.

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