La campagna elettorale è finalmente iniziata, saranno tre settimane di scontro all’arma bianca. D’altra parte l’ufficialità della partenza testimonia unicamente dell’avvio della corsa, ma le schermaglie si erano già annunciate, nei giorni precedenti, per quello che sarebbero diventate fin dal primo giorno: una lotta senza esclusione di colpi anche dopo il via. Chiunque abbia, per forza o per amore, un minimo di interesse per la politica (o per ciò che oggi è diventata) si è accorto di come i toni siano diventati altro rispetto ad una competizione, ancorché feroce. La crescita smisurata delle fake news è un chiaro indice di come ogni forma di rispetto dell’avversario debba essere considerata come un segnale di “mollezza” del tutto improprio per chi voglia gettarsi nell’agone politico odierno. Ma come possiamo effettivamente analizzare tale involuzione politica? Possiamo veramente sostenere che una contrapposizione continua e vigliacca sia la naturale evoluzione della lotta elettorale, che per altro assume ormai caratteri di continuità imperitura? Forse, io credo, alcune devianze sono alla luce del sole e basterebbe porvi un briciolo di attenzione maggiore per comprenderne il significato profondo.

Innanzi tutto le motivazioni di tale deriva guerresca. La situazione economica che il nostro paese sta vivendo. Una situazione economica che ha origini esterne a San Marino, ma che San Marino non ha saputo affrontare in alcun modo, in quanto non ha mai ritenuto che l’impianto economico degli ultimi trenta anni potesse essere a termine e non ha mai sentito l’esigenza di un rinnovamento delle direttrici principali di spesa, tentando ostinatamente di sostenere un passato che non sarebbe tornato, ma dal quale non siamo ancora riusciti a staccarci. San Marino, è bene ricordarlo, ha fondato la propria ricchezza su oltre trent’anni di un segreto bancario, presunta fonte inesauribile di reddito, senza preoccuparsi minimamente di provare a fondare un sistema economico anche sulla produzione di ricchezza reale, basata su imprese sane e reali, su lavoro, sullo sviluppo dell’istruzione, sull’importazione di competenze. Poi le banche hanno smesso di produrre reddito per tutti, quasi a causa della magia di una strega cattiva o per l’accanimento di un potente nemico della nostra repubblica (l’Uomo nero? Belzebù?).

Da allora la fine ha avuto inizio e con essa l’asprezza dei toni della politica, da una parte incapace di riconoscere la fine di un’era, dall’altra impreparata a ribaltare le sorti del paese senza traumi. Ecco allora che la lotta è divenuta più aspra, che i valori del confronto si sono sciolti come neve al sole lasciando spazio all’acredine, alla menzogna, alle falsità costruite ad arte per screditare l’avversario. Tale obiettivo, lo scranno in Consiglio Grande e Generale, è prioritario e per raggiungerlo ogni mezzo è lecito, siamo in guerra! Non vi sono elementi in grado di far la differenza fra un’idea e la concorrente per il semplice fatto che le idee o sono silenziate dalle grida dei fanfaroni o più spesso non vengono comprese dagli stessi alleati, impegnati a non essere oscurati più che a collaborare per l’originale obiettivo condiviso. L’impoverimento della capacità di analisi della situazione, la superficialità con la quale ci siamo abituati a guardare ogni aspetto della vita, dal più banale al più complesso, nonché il timore di veder presto aggrediti i privilegi cui ancora siamo fortemente aggrappati, ci hanno portato ad avere una classe dirigente che in larghissima parte è composta da cialtroni. Altro non possiamo aspettarci quindi se non di continuare ad assistere alle grida folli dei nostri avversari che urleranno alla catastrofe per il minimo errore o segno di debolezza, in quanto incapaci di contrastare l’idea con l’idea, il messaggio con il messaggio, la prospettiva con la prospettiva. Eppure questo è probabilmente l’ultimo treno per San Marino e per prenderlo ci vogliono idee concrete, desiderio di portarle a termine senza compromessi e coraggio delle proprie scelte. Le grida inconsulte dei nuovi avvoltoi non ci porteranno che al deserto, e di avvoltoi, negli ultimi trent’anni, ne abbiamo avuti forse anche troppi.

Giacomo Ercolani

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