La Fiera di San Giovanni è il mio evento annuale più desiderato, più agognato, più sognato, più fantasticato.

Sin da bambina, tanto ieri quanto oggi.

E ogni volta che termina, ne consegue il mio giorno dell’anno più mesto, più stanco, più noioso, quel 25 giugno così vuoto. Quasi un lutto, dopo tanta festa, dopo tanta opulenza di iniziative, dopo tanta gente che pullula per le contrade di Cesena. È il giorno in cui il centro storico sembra un mortorio. Ma in effetti, è solo un giorno normale, come altri, anche se per me ha una valenza psicologica determinante: è il giorno Uno, dal quale si riparte dopo il culmine rappresentato da San Giovanni.

Per me questa sequenza è come il dipanarsi delle fasi della vita. Ci sono momenti statici, poi frenetici, tutti accompagnati dall’attesa, poi il picco, quindi si ricomincia ancora ad aspettare con trepidazione, con tale anelito da considerare veritiero il detto che vuole l’attesa più piacevole e sublime dell’evento stesso.

San Giovanni, per me, è più attesa che realtà.

Quando finalmente arriva e ci sono dentro, in quei quattro giorni, è un gradevole supplizio, un’amabile sofferenza, un sommo strazio: per la confusione, il caldo, la calca, la baraonda, il baccano; per la brama all’acquisto di cianfrusaglie, per gli effluvi di ogni sorta di prodotto mangereccio ed erboristico, per la smania di tirar tardi e non perdersi proprio nulla in quella gazzarra di offerte commerciali.

Invece, l’attesa e l’immaginazione nei giorni che lo precedono è veramente qualcosa di eccitante.

Si avverte nell’aria delle strade del centro storico una atmosfera carica di magia, di romanticismo, pure di affettuosità e altruismo.

Una fibrillazione crescente per questo giorno che è come un Capodanno che dà il via, con feste, allegria ed esaltazione, ad un periodo che è sì gioioso, l’estate, ma anche inevitabilmente impegnativo, perché la vita è impegnativa e San Giovanni è solo una pausa gioviale al tran tran quotidiano.

E allora… ben vengano:

  • L’attesa di vedere e vivere le strade del centro invase da centinaia di bancarelle colorate
  • L’attesa di inebriarsi con i profumi di lavanda, aglio, zucchero filato, del croccante alle mandorle che gira, ancora caldo, nei macchinari dei venditori di dolciumi; dell’aroma sprigionato dai biscotti all’anice, della liquirizia, dei canditi. Ma anche degli olezzi delle fritture di bomboloni, olive all’ascolana, patatine e ogni sorta di cibo grigliato, stufato, affumicato, marinato, pepato..
  • L’attesa di conoscere quale sarà l’ultima invenzione da proporre a massaie improvvisate e invasate (solo per un giorno), che il giorno seguente si accorgeranno di aver incassato una colossale cartonata;
  • L’attesa dei chiassosi e scintillanti lustrini dei baracconi;
  • L’attesa del responso della sibilla di turno nelle vie dell’occulto;
  • L’attesa dei riti propiziatori della notte fatata di San Giovanni;
  • L’attesa di ricevere o di donare il rosso fischietto, simbolo della festa e, per i giovani morosi, diventato ormai messaggio di amore.

Nell’attesa dell’inizio della Fiera di San Giovanni, vi lascio con una poesia: un sunto delle principali caratteristiche della festa, con i suoi riti che ormai si succedono invariati da quando ne ho memoria.

24 giugno Capodanno cesenate

È arrivato San Giovanni
Quale gioia, qual portento
In città c’è un gran fermento

La mia cara cittadina
Si risveglia alla mattina
Tutta bella e agghindata
Per la festa agognata

Girellando per le vie
Si respira euforia
Di profumi e di colori
Ogni angolo è magia

C’è qualcosa per ciascuno
Un mazzetto di lavanda
Una testa di buon aglio
O anche solo un bagaglio

È giornata di diletto
Giostre, balocchi, palloncini
Talismani, indovine e strani arnesi
Ti delizieranno per i prossimi mesi

Se la morosa vuoi che ti diventi sposa
Non scordarti di donarle
Il fischietto rosso fuoco
Della forma del galletto
Per dimostrarle il tuo affetto

E se come tradizione
Viene giù un acquazzone
O viandante non temere
San Giovanni è un po’ burlone

È l’estate che prende il via
Di Cesena è il Capodanno in allegria

Chiara Dall’Ara

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