Per mascherare il fallimento nel contenimento del Covid-19, ancora una volta si è deciso deciso di scaricare l’onere della riduzione del contagio sui pubblici esercizi, sottoposti da ottobre ad uno stillicidio di provvedimenti. Lo ha rimarcato Fipe Confcommercio nazionale che tutela ristoranti, bar e esercizi pubblici e sulla stessa lunghezza d’onda è sintonizzata Fipe cesenate, guidata dai presidenti Angelo Malossi (bar) e Vincenzo Lucchi (ristoranti).
“Che si tratti di zone rosse o arancioni la sostanza non cambia – affermano Lucchi e Malossi – per noi significa una cosa soltanto: bar e ristoranti resteranno chiusi dal 23 dicembre al 6 gennaio. Un periodo che da solo vale circa il 20% del fatturato di un intero anno. In sostanza con questa decisione ci si è assunti e la responsabilità di decretare la morte di un settore fondamentale per i valori economici e sociali che esprime. I pubblici esercizi non sono solo numeri; sono i volti e le mani dei gesti quotidiani, una componente simbolica e materiale della vita quotidiana degli italiani, dei loro ricordi e della via trascorsa insieme. Bar e ristoranti vorrebbero continuare a lavorare: lavorare non per mettere a rischio il Paese, ma per mettere in sicurezza un patrimonio imprenditoriale e sociale che contribuisce al futuro di tutti”.
“Invece – aggiungono i presidenti Malossi e Lucchi – questa è la mesta “Cronaca di una morte annunciata” perché senza adeguati e immediati ristori per tante, troppe aziende del settore sarà impresa impossibile reggere ai nuovi ingenti danni che le limitazioni determineranno. La cifra complessiva annunciata dal premier riferita ai ristori e non declinata sulle attività con riscontri e percentuali certe non basta di per se stessa a portare sollievo ad attività economiche che sono state fatte più volte chiudere, ledendo anche la dignità del lavoro”.





















Certamente la crisi in questi ultimi anni si è fatta sentire, certo le organizzazioni del settore sono quelle che riscontrano di più questo momento negativo.
Devo dire che sono un persona che gira spesso in centro storico a Cesena e da settembre ad oggi, in centro storico si sono aperti tre nuovi negozi di abbigliamento e uno a chiuso sotto la Galleria Urtoller.
Certamente chi ne ha risentito sono stati forse i baristi, i ristoratori con le chiusure periodiche dovute all’emergenza Covid – 19.
L’Italia comunque soffre di un problema strutturale a livello di commercio e di consumi, certamente non è più come negli anni Sessanta e Settanta, quando vi era più consumismo, i tempi sono cambiati.
A mio parere con la New Economy vi è un mercato più selvaggio e se una persona a qualsiasi attività, se non si adegua certamente fa fatica a stare sul mercato.