Ormai ci siamo, dopo la bellezza di due anni e otto mesi, ha finalmente termine l’infinito cantiere di Piazza della Libertà.
Sta per essere restituito alla città un ambiente nettamente diverso da quello del 12 ottobre 2015, giorno dell’inizio dei lavori.
Abbiamo lasciato un parcheggio di 60 posti auto, brutto, disordinato, caotico, rumoroso, freddo, sporco e, a mio parere, anche indegno per una bella cittadina come Cesena, per ritrovarci questo nuovo spazio rinnovato, dove da una prima occhiata traspare sicuramente l’ordine, il decoro, il colore e anche un po’ di calore.
Spetterà a noi Cesenati viverla, farne esperienza, riuscire a far divenire questa bella piazza un fulcro di persone e incontri, come avviene già in altri luoghi del centro storico.
Ma ora, qui, voglio parlare della mia Piazza della Libertà, di come l’ho vissuta in un determinato periodo della mia vita, nell’adolescenza, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta.
All’epoca abitavo in Valdoca. Le strade dei miei pomeriggi con gli amici erano Via Braschi, Via Roverella, Via Paiuncolo. E da qui salivo in Piazza della Libertà, occupata quasi esclusivamente dal parcheggio e dalla strade per arrivarvi.
In quei tempi non era stato ancora istituito il parchimetro. Per posteggiare l’auto si entrava dal varco gestito dai ragazzi della Cils. Veniva consegnato un biglietto con l’orario di ingresso e all’uscita si pagava al casellante. Uno di questi era Pierantonio, il vicino di casa dei miei nonni alle Vigne, poi, dal 1995, il mio vicino di casa, quando mi sono trasferita lì.
Il primo edificio sulla sinistra, venendo da Via Paiuncolo ospitava e ospita tuttora le Poste. Dalla fine degli anni Novanta non sono più le poste centrali di Cesena, l’ufficio principale è in Via Sobborgo Comandini. Delle Poste ricordo un episodio, quando vi andai con mia mamma, nel 1992, a pagare il bollettino per il mio primo viaggio da sola, una vacanza studio in Inghilterra, di 20 giorni.
Lì davanti c’era una edicola. Quanti soldi hanno speso i miei genitori quando avevo 10/12 anni! Per le figurine dei cartoni animati degli anni Ottanta: Georgie, Creamy, Candy Candy, Mimì; pure per i calciatori. Riuscivo sempre a terminare gli album. Noi bimbi della Valdoca ci scambiavamo le figurine mancanti. Li avessi conservati quegli album! Ora forse potrei venderli e fare una vacanza extra!
Di fianco all’edicola c’era la mitica macchinetta automatica per farsi le fototessere. Ogni volta che capitava l’occasione, era una gran emozione. Mi specchiavo durante quei pochi secondi di attesa prima del flash condito dal boom che sanciva lo scatto. E venivo sempre con la faccia stralunata, imbambolata.
E quei 4 minuti di attesa per la consegna della striscia di foto? Non passavano mai… quando finalmente si udiva il rumore del soffione di aria calda, tipo phon, eccole lì che scendevano. Ma bisognava aspettare che si asciugassero bene. Che tempi! Chissà quanti miei concittadini hanno fatto le fototessere proprio lì in quel cabinotto?
Sotto il portico delle Poste c’era la Pasticceria Lanzoni, che ha chiuso da poco e si è trasferita in Via Cavalcavia. Di Lanzoni ho un ricordo particolare, oltre che delle paste.
Quando avevo 16 anni frequentavo un ragazzo che era di stanza all’aeronautica militare. E durante quelle serate di settembre passavamo delle buone mezzore a chiacchierare sulle sedie di Lanzoni, quando la pasticceria era già chiusa.
Era il nostro ritrovo romantico.
Gli altri negozi di quel portico non li ricordo, sebbene fossero famosi e probabilmente rilevanti per una fetta di persona che all’epoca aveva una età diversa dalla mia.
Nell’altro portico c’erano e ci sono ancora la tabaccheria e la Farmacia dell’Ospedale. Poi, più oltre, c’era il Bar Roma. Ricordo che i tavolini erano sempre affollati da uomini giovani e meno giovani impegnati in conversazioni politiche. Facevano dei veri dibattiti, anche animati. A quei tempi la politica era ancora veramente una cosa seria, non una pseudo barzelletta come lo è diventata, secondo me, da metà degli anni Novanta in poi.
All’estremità di quel portico c’era un’altra edicola, chiusa tre anni fa. Era la mia edicola di riserva dove andare a vedere se c’erano le figurine, nel caso non le avessi trovate presso quella delle poste. Però, quando andavo lì, mi sentivo come una traditrice del mio edicolante di fiducia. Non mi facevo vedere, passavo da Piazza Pia. A pensarci ora, quanti problemi assurdi di facevo!
Venendo verso il portico del Vescovado, ricordo un ritrovo, davanti alla Cartoleria Adamo Bettini. Perché allora era proprio di Adamo Bettini. In quello spazio, sul marciapiede, ci si ritrovava con i ragazzi e i bambini del catechismo del Duomo, il sabato pomeriggio. Poi, sinceramente, mi sa che ognuno stava con i suoi gruppi di amici, non si faceva qualcosa tutti insieme.
Sotto al portico, dopo Bettini, c’era la Sip. Il locale con le cabine telefonico, frequentato soprattutto dai militari di leva dislocati a Cesena e da mariti fedifraghi che chiamavano l’amante… mi è capitato che un uomo di mezza età mi chiedesse di telefonare a un numero e di farmi passare una certa Anna!
Qui, alla Sip, ho passato veramente del bel tempo. Nell’attesa dell’amore dei miei 16 anni, per parlargli al telefono durante il suo servizio militare per altri mari.
E nello stesso posto, un anno dopo, l’ultimo nostro incontro, il nostro addio.
Piazza della Libertà, crocevia delle mie gioie e dei miei turbamenti adolescenziali.
Mi sei cara!
E così rinnovata, sono sicura che ritroverai una tua nuova dimensione nella città, non più bistrattata, non più deserta, non più scostata.
Io torno, quando torni tu, alla mia origine, la Valdoca.
Presto quelle scale che da Via Verdoni portano al tuo cuore riassaporeranno il passo dei mie piedi!
Chiara Dall’Ara






















